Un’intervista fatta dai bambini su L’università di Tuttomio

Da dove nasce l’idea che l’ha portata a scrivere “L’università di Tuttomio”?

L’università di Tuttomio è uscito ed è stato scritto lo stesso anno in cui ho scritto IL MAESTRO, albo illustrato che racconta la scuola di Barbiana di Don Lorenzo Milani. Questi due libri parlano dello tesso argomento e nascono dalle mie riflessioni sul tema dell’educare e dell’educarsi, da ciò che vedo accadere nelle scuole che frequento, dall’esperienza che ho avuto con i miei figli a scuola. Credo che a scuola si giochi la partita più importante per il futuro di noi tutti e che sia fondamentale riflettere su che scuola vogliamo. Troppo spesso a scuola e nella vita i bambini e i ragazzi si trovano di fronte a genitori e insegnanti, ad educatori adulti maleducati che, senza rendersene conto, mandano avanti idee oramai tristemente diffuse che minano alla base la nostra capacità di stare insieme e di essere felici. Queste idee sono quelle che si insegnano all’Università di Tuttomio: l’esasperata competitività, il vincere da soli fregandosene dei compagni, il giudizio, l’etichettaemnto, l’idea che la felicità non venga dallo stare insieme e da una vita sensata, ma da ricchezza, successo, fama, e così via. I bambini spesso e volentieri hanno un grande senso della giustizia, colgono al volo l’insensatezza e, come Primo, vi si oppongono. In questo senso i bambini ci educano perché, prima che noi li roviniamo, sono nuovi nel mondo. Basterebbe imparare da loro, da voi. Questo racconta il libro.

Da dove ha tratto il carattere di Primo, il protagonista?

L’ho inventato, ma la lettura ha esempi eccellenti, partendo dai vangeli, dove Gesù è un bambino buono in un mondo corrotto, fino a l’idiota di Fëdor Dostoevskij o a Il Candido di Voltaire. Il super potere di Primo è quello di non vedere il male e quindi di non poterne essere ferito. Di più, egli è capace di individuare il grumo di dolore segreto che ha causato la cattiveria e la negatività di una persona e di dire una parola buona, una parola luminosa, una parola che cura, e che fluttuando invisibile nell’aria, va a colpire quel grumo e inizia a lavorarlo, ammorbidirlo, a far cambiare l’altro, a curarlo.

In quale personaggio si identifica maggiormente e perché?

Mi piacerebbe rispondere Primo, ma come si fa? Quando ho scritto L’Autobus di Rosa, che racconta la vicenda di Rosa Parks e del suo NO, ho raccontato anche la storia di un uomo che sull’autobus c’era e si era alzato per cedere il posto. Di più, aveva cercato di convincere Rosa ad alzarsi. Quell’uomo, oramai vecchio, cinquant’anni dopo o più, portava il nipote a vedere l’autobus di Rosa in un museo, confessava la sua cecità, chiedeva scusa. Ecco io sono quel nonno, non certo Rosa, sarebbe presuntuoso. E quindi non sono Primo, né il buon Trotter, semmai sono, siamo tutti, un pochino Mc Pear alle volte, e spero sempre che qualcuno mi abbracci e mi faccia diventare il Preside Pera rammentandomi le cose importanti.

Perchè ha voluto che Mr. Taccagn non mutasse il suo comportamento, a differenza del Preside McPear, che lui ha sempre seguito?

Perché la Storia ci insegna che sono sempre figure come quelle di Mr Taccagn, i consiglieri, ad essere “più realisti del re”, non è mai il re, che alla fine arriva ad accettare la sconfitta o a cambiare idea. Ma non cambiano idea coloro che, come Mr Taccagn, hanno dato tutto per quell’idea e si sentono traditi dal re stesso. È un dato di fatto, insomma. E poi per scrivere le storie ci vogliono dei cattivi assoluti, che non cambiano, degli antagonisti duri e puri. Anche perché, la storia ci insegna anche che quelli come Primo, pensate a Gesù, a Martin Luther King e così via, rischiano sempre di essere uccisi da chi non sopporta l’idea che si possa essere migliori.

Perchè ha sentito il bisogno di scrivere un libro che trasmettesse il messaggio dell’amore dei genitori verso i figli?

Io credo che nella nostra società, la capacità di amare altri sia sempre più compromessa. Mr Gregor e Katiuscia non sanno amare, sarà Primo ad insegnarglielo. Ad insegnare loro che un bacio e un abbraccio non hanno prezzo, ma non perché non valgano nulla, bensì perché non si possono comperare. L’amore non si può comperare, l’altro non è una cosa, una funzione, un erede, e non si può possedere. Eppure ogni giorno assistiamo a casi di amanti e mariti che picchiano e uccidono perché non sopportano l’idea che la persona che dicono di amare non voglia più stare con loro. Vediamo genitori che non sanno lasciare liberi i propri figli, lasciarli andare. L’amore non ha niente a che fare con il possedere, con il comandare, con lo strattonare il guinzaglio. L’amore ha a che fare con la nostra capacità di amare l’altro nelle sue differenze e trasformazioni e di lasciarlo libero di essere altro da noi, con o senza di noi. A a che fare con la nostra capacità di accettare il rischio della perdita. È sempre più difficile, ma anche sempre più necessario. Occorre saper dare più autonomia e libertà ai bambini e ai nostri figli, più fiducia, e occorre assumersi il rischio di ciò che saranno.

Pensa che ci sia la possibilità che venga scritta una continuazione del libro? Se sì, come? (Noi le consigliamo di far uscire Mr. Taccagn di prigione e di farlo riaffrontare Primo e di far sposare Violet Belfagor e Trotter )

Beh, la vostra idea è fantastica, davvero. Ma credo che sia bella proprio perché il libro lascia al lettore immaginare dove andranno e cosa diventeranno i ragazzini che camminano nella neve nelle pagine finali. Ragazzini costretti ad avere giudizio anche per gli adulti, ad essere loro in qualche modo adulti, e che, finalmente possono, nel momento i cui gli adulti recuperano la ragione (addirittura esagerando un po’) essere finalmente liberi di essere bambini. A settembre però uscirà il primo volume di una piccola trilogia dove ci sarà un altro personaggio interessante, che un po’ ricorda Primo: Orcobello, e allora, con un archetto bellissimo in una città di orchi orribili in cui i valori estetici sono invertiti, ne vedrete davvero delle belle se vorrete. Grazie e un grande abbraccio a tutti voi e alla vostra straordinaria maestra Laura Giannetta!

La casa

Potrei iniziare da lui, da mio padre, ma so in qualche modo che non sarebbe giusto. È da te, invece, forse in maniera inaspettata, che comincerò. Da qualche parte occorre pure iniziare e ho rimandato troppo a lungo questo appuntamento.
Tu, senza saperlo, mi hai insegnato che le storie sono tessuti fatti di trame e orditi, e un filo vale l’altro forse: lo tiri e tutto il panno si raggruma in uno spasimo. Ti ho vista tante volte tirare il filo sull’orlo di un tovagliolo ricamato, sollevarlo con l’ago, sfilarlo per farci il gigliuccio. Lo facevi mentre mi raccontavi storie, in quei pomeriggi in cui in casa restavamo soli io quattrenne e te. Su all’ultimo piano di quella nostra casa in via Roma, che nostra non era ma del Mannellino, il nostro padrone, come dicevamo, che teneva osteria al piano terra e teneva anche noi, a pigione, per diecimila lire al mese. Ma ecco che già sto divagando. Due cose, dicevo, mi hanno convinto infine a fare i conti con le nostre vite: la sua morte, la morte del babbo, e… quella casa: la tua casa, che fino a pochi giorni fa non avevo mai visto ma solo immaginato ascoltando le tue storie sul passaggio del fronte, il Borro dell’Inferno, i tedeschi, gli americani.
È buffo, al momento di scrivere babbo, e anche ora, le dita sono saltate combinandosi sulla tastiera per premere la maiuscola: Babbo! Ho detto che non voglio iniziare da lui, ma da te e dalla tua casa, e solo ora mi rendo conto di quanto sia difficile, se non impossibile, distinguere le vostre vite, arricciatesi insieme fin dall’inizio come due spaghi a formare una sola fune. Non ricordo se l’avessi mai veduta prima la tua casa, non mi pare, mentre tante volte ci siamo recati in Casaglia, in una sorta di tacito pellegrinaggio, per vedere quella del babbo: la grande casa colonica con la colombaia e l’imponente scritta a caratteri cubitali STAZIONE DI MONTA TAURINA. Anche babbo come te sapeva raccontare, ma in maniera diversa, come talvolta raccontano gli uomini. Mi piaceva ascoltarlo, vederlo sorridere, ridere, rattristarsi e commuoversi di fronte alle tragedie che la vita non aveva lesinato alla sua, alla nostra famiglia. Nelle sue lunghe pause di silenzio a tavola, quando raccontava, c’era la pretesa d’attenzione che si deve a ciò che è sacro, e il suo lento masticare faceva pensare a un lume pronto a spegnersi ad ogni nostro respiro. Cosa che puntualmente accadeva quando si rendeva conto che l’attenzione non era sufficiente e che non meritavamo il racconto. Tornava allora il cicaleccio del presente, il tuo soprattutto, specie negli ultimi tempi da dopo che, divenuta più sorda, il continuo dire è il misero baluardo che hai escogitato contro l’isolamento. Taceva, allora, ricordi? Privo di qualsiasi risentimento, seguitava a mangiare, abituato ai fallimenti causati dalla nostra disattenzione e quella dei nipoti, allora troppo piccoli, poi troppo distratti.
Tu, invece, hai sempre avuto, senza rendertene conto, un talento speciale per raccontare. Meno esatta nei tempi, nei luoghi, nel decifrare cosa accadesse alla grande Storia che stavi vivendo, ma più viva, più potente nel trasmettere visioni ed emozioni e nel mimare i gesti, gettare l’occhiata d’attorno, disegnare con il dito il contorno di montagne o la traiettoria di cannonate in lontananza. Stevenson domestico, Orson Wells a buon mercato, ho detto di te tante volte parlando con i ragazzi. In fondo tu, tanto più giovane di lui, vivesti la guerra che eri ancora bambina, bambina in quella casa bellissima. Una casa da contadini allora, da signori oggi che i tempi sono cambiati. Eppure che io l’abbia trovata l’altro giorno miracolosamente, quasi dolorosamente, intatta, inalterata, è quasi un miracolo.
Ero passato a trovarti nel pomeriggio. Sono il figlio lontano, quello che viene solo di rado, e al quale non si può chiedere granché. Sorbitomi l’elenco infinito dei tuoi dolori e dei tuoi mali misteriosi e imperscrutabili volevo portarti da qualche parte. Perché no, a mangiar fuori magari. Ipotesi subito rigettata, giacché per te come per il babbo mangiar fuori era un’occasione rara, importante, alla quale occorreva prepararsi con una sorta di moto atletico, per non sprecarla e godersela davvero. Non te la sentivi di mangiare, troppo poco appetito, uno spreco: non valeva la pena. L’idea di un primo e un caffè non si lega nella tua mente con quella del ristorante. Non siamo mai stati a ristorante quando eravamo bambini. Non te ne faccio una colpa, semplicemente non potevamo permettercelo. Ma anche dopo, quando le cose sono andate meglio, andare a ristorante non ha mai fatto per noi. Era il ristorante un’impresa da affrontare spalleggiati da tutti i parenti in occasione di cerimonie di famiglia, vestiti degli abiti migliori e sempre un po’ in imbarazzo. E anche quando negli ultimi tempi tu e babbo ve lo siete concessi, lo avete sempre fatto per festeggiare qualcosa: il vostro anniversario, un compleanno,le nozze d’oro. Solo voi e noi, con le cognate e i nipoti. Ordinare, domandare, vi metteva a disagio, figuriamoci pretendere, esigere o criticare.
Come ti è venuta l’idea di andare a rivedere la tua casa di bambina? Cosa succede agli uomini e alle donne man mano che gli anni avanzano e la strada da percorrere si consuma sotto i nostri piedi lasciandoci come acrobati in equilibrio su un filo immaginario. Semplicemente, dalla sommità dei palazzi, scorgendo la fine del tragitto si è tentati di voltarsi indietro a stimare la lunghezza della corda, a voler rivivere e rivedere ciò che nel nostro breve trascorrere siamo stati…

LA PICCOLA STRANIERA

(foto scaricata da http://rete.comuni-italiani.it)

Gli altri non la vedevano. E se una cosa non la vedi non puoi farci niente, è come se non esistesse. Inutile affannarsi a spiegare, descrivere, indicare: non serve proprio a nulla. Ma io la vedevo eccome, e questo è quello che importa. Non so da dove venisse, ma di certo veniva da molto lontano. La prima volta che la vidi fu in un pomeriggio di primavera mentre da casa della zia guardavo fuori dalla finestra, vicino alla cancellata che separava il nostro giardino da quello della signora Rita.
Avrà avuto la mia età ed era solo una bambina bionda – il volto serio e bellissimo – impegnata ad allineare piccoli sassi grigi sull’orlo della fontana. Le fronde verdi si stemperavano in quel riflesso di luce e i pesci rossi guizzavano di tanto in tanto alle sue spalle in cerca di insetti. Nell’aria l’odore stucchevole della siepe di gelsomino, bianca come un velo di sposa. Potete non credermi se volete, forse siete fra coloro che credono solo in ciò che vedono e possono toccare e, allora, è inutile che seguiti a raccontare. Ma se invece sapete anche voi il segreto di piccoli passi sulla neve e avete sognato almeno una volta nella vita gli occhi di quella civetta che in una notte di luna cadde dal camino e volò in casa vostra… Se l’ombra di quell’ala vi ha sfiorato e non siete più certi che tutto inizi e finisca con le nostre povere ossa… Se è così, allora, forse vale la pena di raccontare.
Ero molto piccolo e stavo dalla zia perché mia madre era all’ospedale. La notte sognavo la sua vestaglia rosa sul marmo di una tombini una note di pioggia e piangevo, e pregavo sommessamente, perché temevo che non tornasse più a casa. Stefano abitava nello stesso palazzo della zia e veniva a giocare con me quando ero da lei: era il mio migliore amico.
Guardai dalla finestra mentre disponevamo i soldatini verdi sull’impiantito macchiato di cinabrese e di nuovo la vidi.
«Nel giardino della signora Rita c’è una bambina» gli confidai.
Lui si alzò per guardare e mi chiese: «Dove?»
Gliela indicai, seduta fra le lame di luce polverosa che penetravano fra le foglie del mandorlo in fiore. Aveva il vestito bianco e guardò verso di noi; affondando nei nostri i suoi due grandi occhi grigio cenere.
«Non vedo niente!» mi disse Stefano. «Non c’è nessuna bambina. Mi stai prendendo in giro!»
E allora capii che nessuno poteva vederla tranne me. Appena Stefano fu richiamato dalla madre per la merenda scesi le vecchie scale di pietra fresca e sbucai nel giardino.
Lei era ancora lì e mi guardò senza dire niente. Mi avvicinai vincendo la mia timidezza.
«Ciao!» le dissi e pronunciai il mio nome.
Mi sorrise, con le labbra fini, il volto macchiato da leggere efelidi, i capelli d’oro come quelli di un angelo. Raccolsi da terra un ciottolo liscio e tondeggiante, lo bagnai nella fontana dei pesci rossi e sedendomi sul bordo di fronte a lei lo disposi in fila accanto ai suoi.
«Come ti chiami?» le domandai con un sussurro, temendo quasi che svanisse se avessi alzato troppo la voce.
«Vera» mi disse, e la sua voce profumava di petali di rosa appassiti.
«Dove abiti?» le domandai.
«Abitavo qui» mi disse indicando la villa della signora Rita. «Ma da oggi se vuoi starò sempre con te. Vuoi giocare insieme a me?»
«Sì!» le risposi, e fino alla fine dell’estate giocammo nel giardino io e la piccola straniera. Alle volte lasciavo Stefano e gli altri da soli e con una scusa correvo fino al giardino a parlare e a giocare con Vera. Raccoglievo le primule per lei all’inizio della primavera. A volte la trovavo seduta sulla poltrona della mia camera al mio risveglio e parlavamo del più e del meno. Anche di notte sentivo la sua presenza e non avevo più paura. Compariva quando meno me l’aspettavo, quando più ne sentivo il bisogno.
«Da dove vieni?» le chiesi una volta.
Mi guardò con un’ombra di tristezza negli occhi.
«Da un’isola di pappagalli e di pirati, forse, e comunque da un paese lontano».
Con gli anni Vera iniziò a comparire sempre più raramente. Quando cominciai ad andare a scuola e imparai a leggere, a scrivere e a fare di conto mi scordai quasi di lei e, infine, non fui più in grado di vederla e la dimenticai.
L’altra sera però, a cena da mia madre con i miei figli, lei ha detto loro vedendoli giocare: «Bella cosa che siete in due. Vostro padre quand’era piccolo si sentiva così solo che si era fatto un amico immaginario. Ci parlava a pomeriggi interi e alle volte faceva impressione starlo a sentire».
Mi sono alzato, in preda a un subitaneo disagio e sono andato verso la finestra sul retro. Ho poggiato la fronte già segnata da rughe contro il vetro scorgendovi il riflesso della mia barba brizzolata e dei miei occhi da cane triste. Poi ho guardato giù verso gli orti di quartiere ricavati fra l’autostrada e i condomini della 167, con i loro capanni di lamiere arrugginite e le distese di cavoli patetici. Là, per un attimo, mentre gli occhi mi si riempivano di lacrime, mi è sembrato di scorgerla, con il suo vestito bianco, ancora bambina nonostante gli anni trascorsi. Ma è stato solo un istante, l’ombra fugace e ingannevole di un fantasma di un’altra età. Eppure, ancora oggi, forse, è quella piccola straniera che detta.

L’olio dei bambini


L’olio dei bambini

di Fabrizio Silei

Avevo un cavallo a dondolo grande quanto quello di Ulisse, e tende di lino alle finestre, e giocattoli pregiati che provenivano da Parigi e da New York. E loro? Loro, invece, non avevano niente. Neanche la terra dove camminavano avevano, che anche quella era mia, di mio padre! Dopo la raccolta delle olive e la frangitura, le loro madri sarabbero tornate con qualche bottiglione di vetro a prendere il loro compenso in olio. Molti di loro comunque, quell’olio, l’avrebbero solo assaggiato per poi venderne la maggior parte per pagarci i debiti: il dottore, le medicine, il veterinario per quella volta che gli aveva curato il mulo, oppure, la pigione arretrata.
Le cantine di mio padre invece straripavano di quell’oro verde e l’ampolla di vetro e d’argento che la cameriera metteva sulla nostra tavola per condire ne era sempre colma. Eppure, nonostante ciò, gli invidiavo. Sì, gli invidavo perché essi erano liberi e invece io dovevo rimanermene in casa ad attendere il precettore per imparare il latino e il francese. Con la fronte appoggiata al vetro della grande finestra della villa stavo a guardarli mentre sfilavano nel piazzale per dirigersi ai campi. Sembrava una festa la raccolta delle olive, un gioco meraviglioso al quale io non avrei mai potuto prendere parte. Avvolti nei loro giacchetti, con i nasi gocciolanti seccati dal freddo, la brucola legata a spalla e il coltellino in tasca, bambini e bambine camminavano a passo sostenuto dietro i loro genitori e sorridevano contenti. Poi, li si sentiva ridere dai campi mentre, con le loro mani minute, raccoglievano le olive cadute fra l’erba. Non andavano a scuola in quei giorni, dovevano aiutare i loro genitori nella raccolta delle olive, delle nostre olive.
Anch’io aiutavo mio padre. A pomeriggio inoltrato saliva su da me mentre mi esercitavo al pianoforte con la signorina Delia.
«Basta così! Andiamo Adriano» mi diceva. «Vieni ad aiutarmi, si va a fare la raccolta delle olive.»
Mi padre era un uomo alto, con il volto sembre abbronzato e i baffi folti come quelli del Re. Famoso per la sua eleganza portava sempre un grande cappelo bianco e dal taschino del suo panciotto pendeva la massiccia catena d’oro del suo orologio svizzero. Non amava essere contrariato e così ogni sera facevamo la raccolta delle olive. Consisteva in questo: Mi mettevo gli stivali di cuoio da cavalerrizzo e sedevo al suo fianco sul calesse, dopodiché, al trotto, ci avviavamo verso i campi. Da lontano si intravedaevano i contadini chinati sulla terra o irti sulle piante a strappare via le olive e brigate di ragazzi e perfino bambini che svuotavano nelle balle i loro corbelli stracolmi dei frutti verdi e preziosi come gemme di giada.
Un giorno, come sua abitudine, mio padre discese dal calessino e si mise a parlare con il suo fattore di com’era andata la raccolta.
«Bene signore. Siamo già a cento sacchi. Vedrà quanto bell’olio faremo quest’anno.»
Parlando si allontanarono per non farsi udire dai contadini. Intanto gli occhi dei ragazzi e delle bambine si erano fissati tutti su di me. Uno di loro mi sorrise facendomi ciao con la mano. In preda all’emozione discesi dal calessino. Mi avvicinai sforzandomi di essere indifferente e cordiale. Con l’abito chiaro mi accoccolai anch’io a raccogliere qualche oliva accanto a loro, la feci passare fra le dita e la posai nel corbello del ragazzo che avevo vicino. Come andavano svelti quei bambini nel brucare le olive. Ci sarei riuscito anch’io se avessi voluto, nonostante a petto a loro avvessi le mani bianche e morbide come quelle di una fanciulla.
«Come vi chiamate signorino?» mi chiese il bimbo che mi aveva sorriso.
«Adriano, e tu?»
«Giuseppe, e lei Antonia, e lui…»
Mentre seguitavano le presentazioni e la mia mano si perdeva fra quelle dei bambini e dei ragazzi che quasi non osavano toccarla per paura di sporcarla, mio padre si avvicinò a me a grandi passi. Mentre io gli ero di spalle chinato e avevo ripreso a raccogliere le olive mi prese per un braccio e mi tirò in piedi di forza.
«Alzati!» m’intimò: «Non vorrai mica sporcarti il vestito. Lascia fare a loro. Non è roba per te questa!»
Mio malgrado gettai l’ultima manciata d’olive nel paniere e lo seguii voltandomi di tanto in tanto a guardare i bambini. Si erano fermati tutti e mi guardavano tristemente, quasi provassero compassione per me. Fra le dita mi era rimasta una sola oliva, la passai fra l’indice e il pollice saggiandone la consistenza e me la misi in tasca.
Ci allontanammo, mi voltai ancora una volta a vedere le colline che degradavano fra le chiome brillanti degli ulivi mentre il sole le arrossava un attimo prima di scomparirvi dietro.
Giuseppe alzò la mano e mi salutò da lontano. Avrei voluto rispondere a quel saluto, ma per paura di mio padre non lo feci.
«Hei dico! Che ti prende di metterti a famigliarizzare con i contadini, a raccogliere le olive? Sarai mica socialista?» mi domandò mio padre e terminata la frase scoppiò in una fragorosa risata.
Mentre procedevamo incontrammo un gruppo di contadini che tornava dai campi lungo la strada. Al nostro passaggio s’inchinarono lievemente e gli uomini sollevarono un attimo il cappello dalla testa in segno di saluto. Mi padre li guardò tutti ad uno ad uno con i suoi occhi neri e attenti. Poi fermò il calesse poco più avanti e disceso torno indietro, li chiamò e si fece incontro al gruppo.
«Buonasera signore! Disse un vecchio del gruppo togliendosi il cappello.»
Ma mio padre non gli badò. Si fece incontro a una donna che teneva stretto in mano il bordo del grembiule.
«Che cosa avete lì?» domandò con voce ferma e autoritaria.
La donna alzò gli occhi timorosa poi disse a voce bassa:
«Due manciate d’olive secche signore. Le ho raccolte per mio figlio che è casa malato e non è potuto venire a fare la raccolta. Gli piacciono tanto!»
Ancora seduto sul calessino vidi da lontano la sagoma scura di mio padre fare un passo avanti in direzione della donna, immaginai i suoi occhi ricolmi d’ira. Il silenzio della campagna d’intorno si fece assordante. Mio padre con un gesto secco e sgarbato strappò via il lembo del grembiule dalle mani della donna e i piccoli frutti neri caddero sul viottolo polveroso.
Non so come, non so perché, ma mi ritrovai a correre verso di loro. Vidi mio padre che in preda a una furia esagerata calpestava quelle due manciate di olive schiacciandole nella polvere della strada.
«Erano tue queste olive?» domandò a voce alta fissando la contadina sulla testa bassa.
«Alzi la faccia e mi guardi negli occhi quando le parlo!»
«Erano sue queste olive!?» urlò.
«No, signore.» borbottò la donna sollevando appena il volto e dai suoi occhi iniziarono a sgorgare lacrime come da una fontana.
«E lo sapete come si chiama chi prende la roba che non è sua?» domandò mio padre ad alta voce a tutta la compagnia. E poi rivolgendosi al vecchio che l’aveva salutato per primo:
«Arturo, questa qui non ce la voglio più a lavorare da me. Guai a voi se la riprendete!»
Il vecchio annuì guardandosi le scarpe, aveva il volto rugoso e lo sguardo domo di un somaro, di uno abituato a prendere nerbate dalla vita senza permettersi di protestare.
Nell’udire quelle parole la donna si gettò ai piedi di mio padre supplicandolo di non mandarla via. Aveva uno sguardo incredulo, disperato.
«C’ho un bambino malato. Non mi mandi via! Perdono! Perdono!»
Urlava come un bue scannato.
Tutto era avvenuto in pochi attimi e io giungendo finalmente sul posto al termine della mia breve corsa guardai quella gente con la testa china, i bambini che si nascondevano fra le gambe dei grandi; la donna bocconi nella polvere e mio padre che era pieno di sé, impettito di fronte a loro. Guardai quella scena e improvvisamente mi misi a piangere: dentro di me colava un olio antico, dolce e amaro insieme che mi raschiava la gola fino a farla bruciare. Lo stomaco mi doleva di rabbia e incredulità e pensavo fra me che, anche se era mio padre, io non avrei mai voluto essere come lui.
«Ma padre! Padre! Perché? Perché? Erano solo poche olive. Perdonatela padre! Non voleva rubare!» lo supplicai guardandolo fisso negli occhi e sentii le gambe farsi flaccide e il mondo prese a girare tutt’intorno: era la prima volta in otto anni di vita che urlavo contro mio padre, che gli domandavo qualcosa che non fosse per me.
Mio padre si voltò, alzò la mano sul mio volto e la tenne un tempo che mi parve interminabile sollevata nell’aria. Chiusi gli occhi in attesa che ricadendo, la sua possente mano bruna mi colpisse. Lo desiderai con tutto me stesso. Che mi colpisse di fronte a tutti per alleviare la mia vergogna.
Invece si fermò, i suoi occhi si spensero. Sembrò perdere sicurezza. Abbassò la mano.
«Per questa volta… Ringrazi il signorino…» disse, e presomi per la spalla mi trasse a sé e ci avviammo di nuovo verso il calesse.
Ed io sentivo il suo forte abbraccio. Le sue dita possenti bruciare sulla mia spalla. Le stesse che avevano strappato il grembiule dalle mani della donna, e udivo in lontananza la voce di lei dietro le nostre spalle che diceva: «Grazie, grazie signorino! grazie…»
E con la mia oliva in tasca avrei voluto fuggire da quell’abbraccio, da quella voce e correre giù per i campi e urlare Giuseppe! Giuseppe! Sto arrivando! Prepara un paniere anche per me! Giochiamo a raccogliere le olive, scherzando, ridendo, mangiando un pezzo di cacio e un poco di pane. Tutti insieme, tutti uguali. senza più latino, senza più pianoforte, solo noi bambini fra le rame argentee degli ulivi.

SI tratta di un vecchio racconto scritto nel 2002.

EDUCATORI MALEDUCATI

Due notizie hanno colpito in questi giorni chi, come me, lavora con i bambini e i ragazzi e si aggira per scuole, biblioteche e istituti superiori. La prima è quella relativa a diversi casi di genitori che, per difendere i loro pupilli, non hanno esitato a picchiare gli insegnanti dei propri figli o renderli oggetto di altre carognate; la seconda quella di alcuni presidi che nell’autovalutazione della propria scuola hanno inserito come punti di forza la mancanza, o il limitato numero di ragazzi provenienti da altri paesi, diversamente abili, o poveri.
Le due notizie sembrano scollegate, ma non lo sono affatto, e mi spingono a condividere questa riflessione circa il clima culturale che oramai da anni si sta diffondendo nel nostro Paese.
Che non ci sia più, o si sia da tempo logorato e, infine, rotto il patto fra gli adulti educatori è innegabile. La storiella che quelli della mia generazione – ho cinquant’anni – portano ad esempio a mo’ di barzelletta è semplice, ma esplicativa: “Se tornavo a casa da scuola e dicevo a mio padre che la maestra mi aveva dato uno schiaffo, lui mi chiedeva: da che parte? E paff! Me ne dava un altro sull’altra guancia”.
Certo è vero che ci si guardava bene dal riferire al genitore cosa si era combinato, del brutto voto o del rimprovero preso, per non essere puniti o sgridati ulteriormente. In quel mondo era in atto una silenziosa battaglia fra l’infanzia (bambini/ragazzi), da un lato, e gli adulti educatori, dall’altro. Non è che mio padre non fosse in grado di percepire i limiti della maestra, la sua ottusità o ingiustizia, magari addirittura, per usare un gergo oramai antico, classista, (e quindi che che colpiva anche lui semplice manovale tramite me) ma, comunque stessero le cose, lui sarebbe sempre stato dalla parte della maestra, perché come lui adulta; perché rappresentante dello Stato e con la responsabilità di educarmi all’osservanza delle regole e, come si diceva, a fare il mio dovere.
Era addirittura troppo, se ci pensate, ma gli schieramenti erano chiari. Basta leggere Pinocchio, La guerra dei bottoni, e tanti altri classici per ragazzi per trovarci frotte di bambini e ragazzi monelli, birbe matricolate da raddrizzare, in perenne fuga dal maestro e dal padre. Loro sbagliati e il mondo adulto saggio e giusto, impegnato a raddrizzarli con metodi più o meno cruenti.
Oggi, invece, le alleanze sono mutate. Indebolitisi i legami di comunità, divenuta incomprensibile l’idea di Repubblica o Stato, ridottasi a poca cosa ogni forma di gratuità e di volontariato, l’unità di riferimento torna ad essere quella tribale, anzi di più, il clan familiare. Quando la famiglia regge, intendiamoci, perché l’insoddisfazione e l’insuccesso sono sempre in agguato in una società fondata sul singolo. Per non parlare del fatto che una società che venera denaro, consumo e successo è inevitabilmente una società violenta, dove vige la legge del più forte, ognuno pensa per sé e ci si illude di vincere da soli.
Così, quando la famiglia regge, ci troviamo di fronte a genitori con atteggiamenti giovanilisti, che non invecchiano più, dal momento che non è loro permesso, che si comportano come i loro figli e si identificano con essi: sono loro amici, fanno i compiti al posto loro, trepidano per gli esami e le bocciature, proiettano su di loro speranze e frustazioni. Lottano per la loro famiglia contro tutto e tutti. Politica, Stato, tasse e scuola sono loro nemici. Ciò che viene fatto e detto ai loro figli è fatto e detto a loro. Si reagisce con denunce, proteste, perfino, quando non si hanno altri strumenti, con la violenza. In un mondo così la colpa è sempre dell’altro e spesso dell’insegnante, che non è della nostra famiglia, quindi è un nemico e un incapace, almeno che non si limiti a lodare noi e i nostri figli.
Se per mio padre l’insegnante era un pubblico ufficiale, una persona colta, con una posizione sociale invidiabile, oggi, in una società dove conta solo il successo economico, l’insegnante e la sua cultura non sono più invidiabili, sono incomprensibili, se non addirittura risibili.
Anni fa ho fatto incontri in quartieri siciliani dove la mafia fa da padrona, dove i genitori sono spesso agli arresti domiciliari e le madri mandano avanti la famiglia. Ricordo una preside coraggiosa che per aver denunciato dei ragazzi che durante la notte si erano introdotti nella scuola rubando i computer e altre attrezzature senza badare alle telecamere, era stata picchiata dalle madri di fronte ai carabinieri impotenti. In quella scuola scendendo le scale dopo aver parlato dei fratelli Rosselli e di poesia, dei ragazzini da cima le scale mi urlarono con disprezzo: “Arruso!” cioè omosessuale, in dialetto. Un maschio adulto, che parlava di poesia, di cultura, di Costituzione, per la loro cultura era da disprezzare, da offendere, forse anche da picchiare.
Era una situazione limite, mi chiedo quanto lo sia ancora.
La cultura ha ancora un valore, o è solo un mezzo per guadagnare molto? E se pur avendo cultura non si guadagna molto, allora a che serve? Niente greco o latino, niente arte, ma informatica, inglese e impresa. Non è questo il messaggio che è passato in questo Paese oramai da decenni?
Nonostante ciò alla scuola, ai libri per ragazzi, allo Stato, viene chiesto di educare. Non c’è problema, fatto, evento spiacevole che non faccia dire a qualche politico o opinionista: dovrebbe pensarci la scuola. Certe cose dovrebbero impararle a scuola. Una schizofrenia disperante.
Il vero problema è che noi ci poniamo come educatori, ma rischiamo di essere educatori maleducati. Quando leggo dei presidi che comunicano al Miur per ben figurare di non avere ragazzi diversamente abili nelle loro scuole, extracomunitari, immigrati, poveri, mi viene da piangere e mi metto le mani nei pochi capelli rimastimi.
Noi stiamo dicendo ai nostri figli che saranno felici solo se avranno fama e fortuna, che si vince da soli e non tutti insieme, che chi sta peggio è da lasciare indietro, da evitare, se non, come succede in questi giorni con alcuni senza tetto, da picchiare. Certo non ce ne rendiamo conto, sono idee, come direbbe James Hillman, che ci possiedono proprio perché non sappiamo di possederle. Quando esasperiamo il giudizio e la valutazione, lasciamo indietro, bocciamo, dividiamo anziché creare legami, stiamo diseducando i nostri figli con l’esempio comportandoci da maleducati.
Il vero problema è che siamo giunti oramai a un paradosso: non di rado i ragazzi e i bambini sono più educati dei loro genitori e dei loro insegnanti. Basterebbe guardare come stanno insieme e si comportano i più piccoli, che alto senso del gruppo e dell’ingiustizia essi posseggono quando vengono al mondo e camminano nelle prime classi delle elementari per capire che basterebbe ripartire da loro*. Basterebbe provare a farsi educare dai nostri figli seguendo il loro esempio. Sì, perché è soprattutto con l’esempio che si educa. Inutile che un genitore o un insegnante che non leggono dicano: Leggi! Che fumano, dicano: non fumare! Che escludono, dicano: accogli! Che non fanno la propria parte dicano: impegnati!
Si vince se si vince tutti insieme. Si va avanti se hanno capito tutti. Si aiuta chi è più debole. Ci si entusiasma per la scoperta di cose nuove, non importa se non immediatamente spendibili. Non si giudica l’altro, ma lo sia aiuta. Le persone non sono il loro stigma. Non importa quanto si ha, ma come si è, e così via.
Occorrerebbe riscoprire questi ed altri semplici valori educativi, condividerli con le famiglie, ricominciare a parlarsi fra noi adulti, sforzarsi di accettare il tempo che passa, agire coerentemente con essi, per uscire dalla crisi in cui viviamo e ricominciare a creare legami e a educare a testa alta. Certo, più facile a dirsi che a farsi. È una ragnatela enorme quella che ci lega agli altri, ognuno può tesserne solo una piccola parte, ma alla fine il disegno che ne uscirà fuori sarà il mondo in cui vivere con i nostri figli. Ogni giorno incontro insegnanti stupendi, volenterosi, genitori pieni d’amore e di buone intenzioni, ognuno di loro ha un ago e un rotolo di spago e fa del suo meglio per dare un senso al disegno complessivo, per cucire la sua parte di ragnatela. Sono convinto che molti altri potrebbero dare una mano, se solo riprendessimo a parlarci.

*Nel mio romanzo L’Università di Tuttomio, Il castoro editore, succede proprio questo, il mondo è salvato dai ragazzini, per dirla con Elsa Morante, che educano gli adulti.

La figlia di Babbo Natale


Adesso mentre il vento soffiava avvolgendo la grande casa in legno in un turbine di neve, il vecchio si pentiva delle sue parole, di quel che le aveva detto a proposito della tradizione e della barba. Non faceva che pensarci da settimane. Aveva ragione suo nipote Juniper, era solo un vecchio, uno stupido vecchio! Non che lui glielo avesse mai detto, intendiamoci, ma sapeva che lui lo pensava, lo capiva da come lo trattava. Eppure era lui l’unico maschio della famiglia e… c’era poco da fare.
Si sporse dalla sedia e con la punta delle dita fece per prendere una delle buste sulla scrivania. Al suo fianco il giovane alto e magro, con indosso un bellissimo completo rosso dal taglio elegante digitava velocemente sulla tastiera del computer. Con la coda dell’occhio si accorse del gesto del vecchio e si voltò stizzito.
«Zio! Non toccare nulla per favore!» lo rimproverò. «Non toccare nulla per l’amor del cielo, che mi scombini tutto!»
Il vecchio ritirò la mano, guardò la piccola pila di lettere sulla scrivania e sospirò.
«Non capisco perché si ostinino a mandare ancora delle lettere!» sbottò il giovane. «Per fortuna quest’anno sono poche centinaia. Fanno perdere un sacco di tempo. Sono un vero inghippo per la produzione!»
«Potrei occuparmene io…» azzardò il vecchio.
«Ma no, no, le passerò allo scanner, tu non preoccuparti, devi riposare zio!»
Il vecchio socchiuse gli occhi e ricordò quando, fino a pochi anni prima, lui e Natalie le aprivano e le leggevano insieme e quella stanza straripava di letterine giunte da tutto il globo e scritte in tutte le lingue del mondo. E non c’era nemmeno il traduttore automatico. Com’era bello leggerle assieme, vedere le carte di tipo diverso, i disegni dei bambini e le diverse calligrafie; le macchie di marmellata e perfino qualche lacrima alle volte, di chi scrivendo domandava qualcosa di veramente importante.
«Se tutti usassero la mail, o il forum contatti non perderemmo tempo!» disse Juniper parlando come fra sé. «Guarda qua!» E con l’indice magro premette il mouse e subito sullo schermo iniziarono a scorrere migliaia di righe scure e di caratteri simili a branchi di formiche impazzite.
«Vedi? Ecco altre mail che arrivano e mentre arrivano il software che ho realizzato le divide automaticamente per paese di provenienza e per tipi di richiesta, senza nemmeno bisogno di tradurle o di leggerle! E poi attribuisce a ciascuna mail il codice a barre e stampa l’adesivo dell’indirizzo.
Il vecchio sospirò ancora lisciandosi con le dita la lunga barba bianca. «Io, Natalie e gli elfi, invece, facevamo tutto a mano, occorreva leggere e tradurre ogni lettera!» disse e indicò i grandi e polverosi dizionari rilegati in pelle che giacevano dimenticati su un enorme scaffale.
Il giovane esplose in una risata di scherno: «Scusa se te lo dico ma… Insomma, roba da trogloditi caro zio! I tempi sono cambiati! Non ho fatto un master in gestione globale del regalo per niente io! Non c’è più bisogno di leggere tutte quelle scemenze, il software identifica il regalo: cavallo a dondolo, consolle da video games, bambola… e cestina automaticamente tutte le richieste assurde, che, guarda caso sono quasi sempre cartacee. Richiesta come: Che papà ritorni a casa! Guarda questa: una bambina giapponese che chiede a Babbo Natale che sua nonna guarisca. Chiedi un drone volante! Un aquilone se sei proprio all’antica, porta tua nonna in ospedale e non rompere! E chi siamo noi! L’esercito della salvezza!» E così dicendo accartocciò la letterina rosa e la lanciò nel cestino al suo fianco insieme a molte altre.
«Adesso scusami ma vado a vedere come procedono le cose in produzione! Aspettami qui!»
«Non Juniper, voglio venire anch’io, è da quando mi sono ammalato che non vedo la produzione.»
«Se insisti, lascia che ti mostri i cambiamenti che ho apportato caro zietto!» e spinse la carrozzina su cui sedeva il vecchio fino all’enorme magazzino spalancandone la porta di pesante quercia.
«Ma dove sono tutti? Che fine hanno fatto gli elfi?!»
«Li ho licenziati! Un costo superfluo, con tutte le tisane che si bevevano. Non ha senso mantenere qui una fabbrica di giocattoli capisci? Subappaltiamo in Cina! Ho tenuto solo Pot Licker per trasmettere gli ordini al computer e rispondere al telefono.
Il piccolo elfo alzò la mano e salutò il vecchio principale con un’espressione molto triste.
Solo l’anno prima si rideva e si cantava lì dentro fra colori, scherzi, seghe a nastro, torni e pennelli. Tutto era accatastato in un angolo, messo da parte, come lui.
«E per la consegna?» domandò il vecchio presagendo qualcosa di terribile.
«Convenzioni vantaggiose con corrieri di tutto il mondo e posta aeronavale!»
«E le mie renne?»
«Le ho liberate, via, aria, un costo di meno!»
«Ma moriranno di fame con tutta questa neve! E la notte di Natale come farai senza di loro a fare in tempo!»
«I regali partono con due, a volte anche tre settimane di anticipo!»
«Ma così non puoi sapere quando arrivano! Devono arrivare la notte di Natale!» urlò il vecchio terrorizzato e iniziò a tossire.
«Particolari Zio, fossi matto a andarmene in giro di notte, per prendermi i reumatismi o la bronchite che ti sei beccato tu l’anno scorso. La notte di Natale io dormo! E poi i camini con le stufe a pellet sono troppo stretti oggigiorno!»
Non finì la frase che una folata di vento aprì una delle grandi finestre facendo entrare un turbine di neve. Juniper imprecò e corse a chiuderla.
«Brrr, che freddo!» esclamò contrariato. «Sto seriamente pensando di trasferire l’attività a Singapore o in qualche paradiso tropicale: Sole! Manodopera meno costosa, niente tasse!»
Il vecchio si sentì mancare il fiato.
«Ma la nostra famiglia abita e lavora al Polo Nord da generazioni!»
«Caro zio, lasciamelo dire, dal punto di vista logistico è una vera cretinata e triplica tutti i costi!»
«Ma la poesia, vuoi mettere la poesia!»
«La poesia è roba vecchia. La gente vuole regali, merci, trastulli, non poesia! Comunque il marketing e gli illustratori continueranno a raccontare la fiaba del polo nord. E la mail sarà [email protected]
«Ma sarà come mentire! Te lo proibisco!» urlò il vecchio divenendo rosso.
«Su, su, lascia fare a me caro zietto!» lo blandì il nipote sfregandosi le mani. «Con 7 miliardi di persone e due miliardi di bambini che chiedono regali, guarda caso, per nostra fortuna, sono sempre i più ricchi a chiedere, occorre essere efficienti ed efficaci zio! E adesso vai a dormire!»
«Sei sempre stato uno strano bambino Juniper…» mormorò il vecchio sentendosi molto stanco. «Buonanotte!» e si avviò. Passando di fianco al cestino della carta raccolse qualcosa.
Una volta in camera accese il lume, spiegò la lettera di carta di riso rosa. La lesse. Dopo tanti anni di pratica conosceva il giapponese e quasi tutte le lingue del mondo.
«Caro Babbo Natale, fa che mia nonna guarisca!»
Si commosse. Ancora una settimana e sarebbe stato Natale.
Estrasse di tasca il suo telefono satellitare. Checché ne pensasse Juniper, il figlio di sua sorella, non era proprio così digiuno di tecnologie lui! Compose il numero.
Una voce di donna assonnata rispose dall’altra parte.
«Pronto Natalie? Sei tu?»
«Papà? Che succede, stai bene?»
«Sì, insomma… volevo…?»
«Sì?»
«Natalie, bambina mia ritorna ti prego, il Natale ha bisogno di te! Juniper ha liberato le renne, va recuperato Campanellino… sì, insomma…»
«Ma… la tradizione?» mormorò la donna, cercando di trattenere le lacrime. «Lo sai vero che non mi farò mai crescere la barba?»
«Lo so, non importa. Nessuno meglio di te saprà rispettare la tradizione. Vieni bambina mia, c’è tanto lavoro da fare e…»
«Sì?»
«Scusami…»
«Fa niente, sto arrivando!»
«Ah! Natalie!»
«Sì?»
«Solo una cosa, sulla quale vorrei che fossimo d’accordo: Il prossimo anno, e in quelli a venire… niente regali a chi manda una mail!»

Tutti i diritti riservati ©Fabrizio Silei

L’AMORE PRIMA DEL GIUDIZIO. Una riforma scolastica straordinaria sulle orme di Don Lorenzo Milani e dei grandi maestri di ieri e di oggi.

Pochi giorni fa il papa è volato in elicottero a Barbiana, si è inginocchiato di fronte alla tomba di Don Lorenzo Milani e ha tenuto un bel discorso elogiandone la figura e proponendola come esempio per i preti di oggi e per se stesso. Nel suo discorso rivolto agli ex allievi di Don Lorenzo ha detto: “Voi siete i testimoni di come un prete abbia vissuto la sua missione nei luoghi in cui la Chiesa lo ha chiamato con piena fedeltà al Vangelo…” Potrebbe sembrare vero tanto sono belle nella giornata di sole la canonica e la chiesetta di Barbiana, rimesse a nuovo e con tanto di piscina azzurra. Il borgo sembra un luogo di villeggiatura e non ha più niente a che vedere con la canonica umida e povera in cui Don Lorenzo non fu chiamato, ma fu esiliato dalla curia, dai preti, dalla Chiesa, sessantatré anni fa. Furono la povertà di quella parrocchia, l’umidità delle mura, il freddo sul monte Giove a causare o accelerare la sua malattia? Nessuno può dirlo, sta di fatto che come ricorda Neera Fallaci nel suo “Vita del prete Lorenzo Milani. Dalla parte dell’ultimo”, Barbiana mancava allora dei servizi più elementari, non c’erano la luce elettrica, né il telefono pubblico e “l’unica strada transitabile si fermava qualche chilometro più in basso. Si saliva alla chiesa per una specie di tratturo fra i boschi che si era formato con il passaggio dei greggi e delle tregge”.
Era Don Lorenzo un prete scomodo, caparbio, combattivo. Un prete che dava fastidio e che fu lasciato solo da tutti. Ciononostante dalla periferia del mondo riuscì a portare avanti la sua missione e un’idea di scuola che ancora fa discutere e riflettere.
Sin dai primi giorni a Barbiana, senza offrir loro da bere, né da fumare, pratiche che considerava pericolose e deleterie, don Lorenzo mette i giovani al lavoro per migliorare la situazione della parrocchia e scrive: “E poi dicono che la gioventù vuole il divertimento. Altri dicono che vuole l’organizzazione. Altri ancora che vuole un ideale di parte. Nessuno può supporre che si possa invitarli a regalare per solo affetto”.
Mi piacerebbe partire da qui in un momento in cui si parla tanto di Buona Scuola e si infarciscono programmi e proclami ideali con parole e concetti degnissimi e a lungo attesi come inclusione, ma poi si continua a inciampare ad ogni passo in vecchi retaggi ancora attivi. Eppure il nostro è il Paese che, dalla Montessori in avanti, più di ogni altro ha dato vita e voce al pensiero sul fare scuola e ha “prodotto” figure straordinarie come quella di Mario Lodi, per dirne una, il maestro scrittore che proprio con Don Lorenzo Milani e i suoi ragazzi ebbe un proficuo rapporto.
Scrive Eraldo Affinati proprio a proposito di Don Milani su Avvenire del 20 giugno scorso riferendosi a “Lettera a una professoressa”: «la scuola italiana ha recepito lo spirito inclusivo che promanava da quelle pagine, basti pensare soltanto alla legislazione sui “diversamente abili”; tuttavia “L’ossessione della campanella e l’incubo del programma” sono ancora pienamente attivi, rilanciati da due nuovi fantasmi di matrice europea: la maledizione burocratica e la smania selettiva. Da una parte ci sono i bilanci delle competenze, dall’altra i test a risposta multipla. Il priore aveva affermato “una scuola che seleziona distrugge la cultura. Ai poveri toglie il mezzo d’espressione. Ai ricchi la conoscenza delle cose”. Una dichiarazione che oggi vale molto perché assume una dimensione planetaria».
Una splendida sintesi della situazione: maledizione burocratica e smania selettiva che male collimano con quell’affetto di cui parlava don Lorenzo Milani. L’affetto del resto non sembra essere una categoria pedagogica utilizzabile e ancor meno l’altra parolaccia della quale riferiva Daniel Pennac, anche lui come me e come tanti, un ciuco con i fiocchi, nel suo “Diario di Scuola”:
“Dai, tu che sai tutto senza aver imparato niente. Il modo per insegnare senza esser preparato a questo? C’è un metodo?”
«Non mancano, certo, i metodi, anzi, ce ne sono fin troppi! Passate il tempo a rifugiarvi nei metodi, mentre dentro di voi sapete che il metodo non basta. Gli manca qualcosa.»
“Che cosa gli manca?”
«Non posso dirlo.»
“Perché?”
«È una parolaccia!»
“Peggio di empatia?”
«Neanche da paragonare. Una parola che non puoi assolutamente pronunciare in una scuola, in un liceo, in una università, o in tutto ciò che le assomiglia.»
“E cioè?”
«No, davvero non posso…»
“Su, dai!”
«Non posso ti dico! Se tiri fuori questa parola parlando di istruzione, ti linciano!»
“…”
«…»
“…”
«L’amore.»
Già, l’amore. “Ho voluto più bene a voi che a Dio!” dirà Don Milani ai suoi ragazzi. E sta tutto qui, prima ancora che in qualsiasi metodo, il fondamento della sua lezione, ma anche quella di tanti altri maestri che vanno da Mario Lodi a Giuseppe Pontremoli, Franco Lorenzoni, e tanti altri meno noti silenziosi maestri che ogni giorno riescono nell’impresa di destrutturare la follia, la nostra nevrosi consumistica e capitalistica, per ricostruire senso a scuola. Nell’arte di far amare e non odiare Dante, l’arte, la matematica, ma prima ancora lo stare insieme a scuola.
La sintetizzerei così: Non può esistere relazione educativa senza relazione affettiva, senza amore. Amore per la propria materia, per l’insegnamento certo, ma prima di tutto amore per i bambini e i ragazzi, per i singoli con le loro particolarità e differenze da accettare, accogliere, valorizzare senza giudizio. Invece troppo spesso il giudizio e la misurazione si trasformano in sentenza, quando non in pregiudizio, giacché sempre di più prendere un quattro rischia di trasformarsi in questo tipo di società in un giudizio complessivo sulla persona che finisce per valere quattro agli occhi della classe prima e della società poi.
Lo dico spesso agli insegnanti che incontro: oggi voi giudicate, ma sarete voi stessi giudicati alla fine dai vostri allievi. Come? Semplicemente incontrandoli ventenni, e poi uomini e donne adulti per strada. Vi eviteranno come la peste o correranno ad abbracciarvi?
Abbiamo ancora una scuola in cui i nostri bambini e ragazzi siedono per ore a dei banchi di fronte all’insegnante come nella vecchia scuola di Gentile: lo ricordo come una tortura. Ero iperattivo? Non lo so, non c’erano ancora le certificazioni. Una scuola dove, anziché recuperare il pensiero e la dialettica, quelle arti che sin da Plutarco fanno sì che i bambini o i ragazzi arrivino da soli alle soluzioni sotto la guida del maestro facilitatore, si danno le risposte. Poi si pretende che le risposte, le nozioni, siano imparate più o meno a memoria, più o meno meccanicamente, per giungere infine alla verifica. Un processo dove se ne vanno tempo ed energie preziose che potrebbero essere investite in altro modo e che rischia di scoraggiare e demotivare. Come se un buon maestro non sapesse, vendendo ragionare l’allievo, a che punto è e di cosa potrebbe aver bisogno. Così gli studenti vengono classificati, misurati, etichettati, certificati. Ognuno corre per se stesso in una logica competitiva che spezza i legami di comunità anziché crearli. Cosa c’è di più diseducativo?
“Quanto hai preso a matematica?” chiedo a un bambino di terza. “Otto!” mi risponde. E poi: “Ti riguarda che nella tua stessa classe ci siano bambini con l’insufficienza a matematica?”. Ci pensa un po’, poi risponde candidamente: “No!”
Dove è finita la comunità educante, quella che alla scuola di Barbiana rendeva i più grandi e i più avanti maestri dei più piccoli e dei nuovi arrivati. Quella dell’imparare insieme, dell’avanzare insieme, di crescere insieme valorizzando i talenti di tutti.
Questa è al di là dei proclami, una scuola individualista, competitiva, dove i Pennac, gli Einstein e in generale le menti più brillanti rischiano di perdersi, di annoiarsi, di imparare ad odiare ciò che potrebbero amare.
Dico spesso di fronte alla scolaresche e agli insegnati questa frase nelle nostre discussioni: “Avanti, ragionate, non temete di sbagliare! Il bello della scuola è proprio questo: la scuola è un ambiente protetto dove si può sbagliare senza pagare. Nella vita invece, là fuori, se sbagli paghi!”
I bambini mi guardano strano, gli insegnanti percepiscono la vergogna nel sapere che non è così e sentono però che dovrebbe esserlo. Che sarebbe giusto imparare attraverso le storie e il gioco, come fanno da sempre gli uomini, per errori e per successi, divertendosi. Che un bambino dovrebbe alzarsi contento di andare a scuola dove non ci sono urla da caserma, ma si sta insieme in un altro modo. La deriva aziendalista e efficientista (che brutta parola) è penetrata, invece, così profondamente nella scuola e nelle nostre teste da far dimenticare le grandi lezioni del dopoguerra e degli anni ’60 e ’70 del Novecento. L’idea della cassetta degli attrezzi, di saperi immediatamente spendibili e orientati non più alla creazione della persona ma a un presunto futuro occupazionale (rammentate le tre I della riforma Berlusconi? Impresa, Inglese, Informatica) è prevalsa. Così nonostante le belle parole delle varie riforme si legge sempre meno, si abbandona la scuola vista come qualcosa di ostico e noioso, si fatica a trovare una strada e un senso alla propria vita. Questa è la crisi più grave, una crisi culturale prima che economica.
I tanti ragazzini che arrivano all’università amando la scuola, l’Ariosto, Dante, la fisica o la matematica, lo devono alla propria tenacia (oggi si direbbe resilienza) o ad insegnanti straordinari che letteralmente resistono. Che nonostante le mortificazioni quotidiane, con sforzo titanico svicolando fra programmi, prove invalsi, verifiche e consigli di classe, hanno messo avanti la classe come comunità a un amorfo insieme di individui, l’amore per le storie ed i libri alla mania delle verifiche; che hanno saputo inventarsi ogni giorno, giocare, affabulare, incoraggiare e sedurre i loro ragazzi dando senso al loro stare a scuola e stare insieme. Che spesso, per necessità, li hanno giudicati da ultimo e per forza, guardandoli negli occhi e dicendo loro: “Tu Giovanni sei un grande, anche con un quattro in matematica!” Insegnanti che non hanno dimenticato la lezione di Korzack, di Don Milani, di Mario Lodi e di tanti altri, come ad esempio Loris Malaguzzi in Emilia per i più piccoli. Insegnanti che leggono, studiano, vanno al cinema, cercano le storie giuste per i loro ragazzi. Per questi insegnanti, per una scuola colma d’amore, di passione, di dialettica, di pensiero e di rispetto per il bambino e i ragazzi si attende ancora una riforma. Una riforma che restituisca loro importanza, dignità. Una riforma come una marea che porti via dalla nostra testa di adulti la nevrosi del giudizio e dell’autorità restituendo ai nostri insegnanti l’autorevolezza e la responsabilità dei grandi maestri.

Tutti i diritti riservati Fabrizio Silei 2017

A viso aperto. La barba bambina

L’anno scorso di questi tempi, verso metà autunno, chissà perché, cominciai a lasciar crescere più del solito la mia barba. Fu per pigrizia credo, ma ben presto mi avvidi del risultato. In principio fui io l’unico a dedicare attenzione alla cosa, e da lì a poco quello che divenne il mio barbiere, anche lui barbuto, sebbene più giovane di me di qualche decennio. Ho sempre portato la barba un po’ lunga, ma qua si trattava, seguendo la moda corrente, di trasformarla in una barba vera e propria. Quando per caso entrai nel negozio dall’insegna Barberia, mi avvidi subito di essere nel posto giusto. Tutto intorno e sulle relative poltrone dal sapore vintage sedevano giovani dalle lunghe e folte barbe, e alle pareti foto e disegni di modelli irsuti e pubblicità di prodotti per barbe e baffi. Subito provai un certo imbarazzo con la mia barba arruffata e appena un po’ lunga, di fronte a quei fenomeni della natura. Ma da qualche parte occorreva pur cominciare. Quando fu il mio turno il barbiere si prodigò con sollecitudine in spiegazioni, sul baffo, che sarebbe divenuto folto, sulla barba, bella e completa – come ebbe a dirmi solleticando la mia vanità – che fra qualche mese mi avrebbe allungato il volto tondo. Dopo un trattamento mistico a base di gesti eleganti, panni bollenti, schiume emollienti, ritocchi, scontornamenti a rasoio e oli, uscii dal tempio con il borsello notevolmente alleggerito recando meco una busta che conteneva una spazzola di kotibé, un legno rarissimo, e di pura setola di cinghiale, dell’olio al profumo di rosmarino fabbricato in Italia e diversi campioncini di pomate varie. Avevo desistito dal comprare una spazzola più piccola per i baffi, ma ciononostante non avevo badato a spese deciso com’ero a cambiare la mia vita e prendermi cura della mia nuova creatura e tramite lei del nuovo me stesso che m’attendeva. Oramai quasi calvo, io che ero stato un capellone in gioventù, vicino alle soglia dei cinquanta che avrei compiuti da lì a pochi mesi, potevo mostrare al mondo un secondo fulgore e una barba tenera e formidabile, con due baffi ben guidati, che presto mi avrebbero trasformato in un incrocio fra l’arcigno Mosé di Michelangelo e il ritratto ad olio di un preside risorgimentale. Subito la mensola del mio bagno, previa una ricerca famelica in Internet, si riempì di ogni sorta di prodotti da barba i cui marchi urlavano l’orgoglio di appartenere alla casta dei barbuti, a questa nuova razza sovrumana, ed io, che fino ad allora usavo un pezzo di sapone di Marsiglia per tutta la mia persona capelli e barba compresi, divenni protagonista di una nuova affettazione per me e per la mia barba, o meglio per me tramite la mia barba. Indugiavo narcisicamente di fronte allo specchio per ore in operazioni di shampoo, schiume frenate, oli, pomate e gel rinforzanti e modellanti dal costo esorbitante. La barba grata crebbe, sempre più rigogliosa, con i complimenti del mio barbiere che mi incitava a seguitare nell’impresa scolpendomela letteralmente e dando al mio volto nuova forma. Trattavisi di una barba un po’ ispida, nonostante i diversi emollienti impiegati, striata di bianco sul mento e per lo più oramai sale e pepe. Presto l’effetto curioso fu quello di avere una sorta di coda di puzzola attaccata al mento, e se il volto ne risultò più lungo, sicuramente per i baffi imponenti e davvero formidabili e quella strisciata bianca sulla bazza, risultai anche più vecchio di quanto già non sembrassi, senz’altro! Il bello della barba è proprio questo, che ti cresce piano piano e le persone dopo che ce l’hai sono pronte a giurare che l’hai sempre avuta tale quale. Fu così in generale tranne che per una mia vicina di casa che si complimentò con me per il mio nuovo look, elogiando la mia bella barba. Non so dirvi quanto l’amai in quel momento e come gli fui grato. Sebbene oramai cinquantenne, quella barba era nuova di zecca, una barba bambina che come tale rinnovava anche me trasformandomi in un altro e nascondendo per metà al mondo la mia faccia da cane bastonato. Era una barba da accudire, cullare, carezzare, amare, come un neonato. Purtroppo però, anche mia moglie finì per accorgersi di lei. Da giorni l’aveva notata, senza dire niente, non osando interferire con il mio nuovo hobby, e anch’io mi ero accorto del suo silenzio a proposito. Solo al momento di baciarla non riusciva pienamente a nascondere la sua riluttanza e il suo fastidio finché ammise che “le sembrava di baciare una palla di pelo!” e finì così per evitare di farlo del tutto. A domanda diretta: “Ti piace o no la mia barba!?” cercò di non rispondere e guardando il ben di dio di flaconi allineato sul mobiletto del bagno, ammise solo che detestava il profumo di rosmarino che aveva quando la ungevo: le sembrava di baciare un arrosto di vitello. Tentai di ovviare comperando altri oli, per scoprire che detestava comunque anche quello di sandalo, tarassaco, radicchio e così via.
Infine ammise che la mia barba… non che non le piacesse, ma…
“Sì…?” domandai.
Faceva di me un altro, un uomo nuovo appunto, che però non era quello che aveva sposato e amato fino a quel giorno. Rincarò dicendo che era come se avessi sul volto una maschera, qualcosa di posticcio che nascondeva il mio vero volto. La parola posticcio mi sconvolse letteralmente. Forse avevo la faccia più lunga, ammise, certo non si vedeva più il doppio mento, potevo perfino sembrare più autorevole e interessante, ma… lei preferiva l’altro, con la barba un po’ incolta e la faccia tozza di un bradipo. Quello che se la tagliava da sé e se la sciacquava con un po’ do sapone di Marsiglia. Il vecchio me stesso, insomma, quello che invecchiava con lei giorno dopo giorno a viso aperto e che aveva sposato.
Uscii di casa sbattendo la porta spazientito, come una moglie a cui il marito abbia fatto un commento poco carino sul vestito nuovo, o sui capelli appena fatti dalla parrucchiera.
Avevo bisogno di riflettere, e lei abbarbicata al mio mento rifletteva con me, o meglio si rifletteva in ogni vetrina mostrandomi la sua presunta bellezza. “Scegli me mio caro, scegli me! Chi non ci ama non ci merita! Pensa al piacere di passare le tue dita intinte di crema profumata nella mia morbidezza! Sono la tua morbida foresta! (Tentava perfino le allusioni sessuali adesso!) Anzi di più, sono la tua bambina! La tua piccolina da cullare, da coltivare e nutrire. Sono l’unica cosa in te capace di crescere e andare avanti, là dove tutto è destinato a diminuire e arretrare. Lasciala perdere quell’invidiosa di tua moglie! Ha solo paura che tu sia troppo bello e attraente! È gelosa del tuo nuovo fascino, ecco la verità. Di più! È gelosa di me, del fatto che siamo sempre insieme e che mi carezzi più di quanto tu accarezzi lei. E poi mi sussurrò, oramai senza freni, ricorda che io sono la cosa più viva che tu abbia, perfino nella bara quando sarai morto e sepolto seguiterò a crescere per giorni! Io sono il tuo ultimo anelito di vita e di gioventù e debbi difendermi ad ogni costo!
Queste ultime parole risuonarono sinistre nelle mie orecchie. Mi guardai nella vetrina del macellaio, intravedendomi fra i pezzi di carne morta. Sembravo ad un tempo un santo anacoreta e il nonno di Heidy dei cartoni della mia infanzia. Se le avessi consentito di crescere ancora sarei divenuto un talebano della TV. Mi ricordo che pensai. “Io non sono la mia barba! Te lo do io l’arretrare!”
E avanzai verso casa con il preciso intento di compiere un delitto! “Sarebbe morta prima di me eccome la signorina!”
“Rifletti!” mi urlava lei. “Pensa a quello che fai, al tempo che ti è occorso per fami crescere. Cosa dirai al tuo barbiere?!”
Non l’ascoltavo più. Entrai in casa, mia moglie era già andata a lavoro. Infilai la spina del tosapecore, come lo chiamavo poco amorevolmente, impostai la macchinetta su 2 e detti il via al suo ronzio di calabrone. Fu un corpo a corpo durissimo, lei prima si oppose lottando aspramente, poi stremata cadde a mazzi, dilaniata, frammentata, nel lavandino. “Che soddisfazione!” Presi un pezzo di sapone e mi lavai via i peli residui. Alzai la pattumiera e passando la mano sulla mensola del bagno feci cadere centinaia e centinaia di euro di flaconi nel sacchetto risparmiando solo la spazzola da cinquanta euro, con la quale mia cognata pettina oggi Achille, il suo gatto siamese.
Poi mi guardai nello specchio sentendomi per un attimo improvvisamente nudo, flaccido, bianchiccio, un po’ spaurito, con la vergogna che mostrano certi cagnetti appena tosati. Mia moglie tornando dal lavoro non disse nulla, solo mi baciò sulle labbra con rinnovata passione. Non mi restava che uscire di casa. Lì mi attendevo che tutti, che il mondo intero, la mia vicina, il mio benzianaio, il farmacista, i colleghi di lavoro, mi domandassero ragione del taglio della mia prodigiosa barba. Invece niente, nemmeno i miei figli adolescenti sembrarono farci caso: come se non l’avessi mai avuta. Per loro che fosse lunga, corta o fossi del tutto rasato non aveva nessuna importanza. Molto probabilmente perché alla fine una barba o un taglio di capelli non fanno differenza e siamo quello che siamo, o forse perché le persone non si guardano, noi non ci guardiamo granchè, e se lo facciamo non c’importa poi molto della barba degli altri almeno che, gli altri, non siano la persona che amiamo.
Giorni dopo mia moglie mi abbracciò da dietro e mi passò una mano sulla barba un po’ più lunga del solito, a causa di un lavoro da finire e della mia solita pigrizia. Ebbi un vero e proprio sussulto, quando, con una voce da sensuale Salomé che non le conoscevo, mi sussurrò all’orecchio saggiando l’ispida mia barba in quella carezza: “Che fai, non vorrai mica farla ricrescere: quella puttana!”

Tutti i diritti riservati: Fabrizio Silei 2017

SOLDATINI di Fabrizio Silei

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Giovedì era giorno di mercato allora. A pensarci bene anche oggi è giorno di mercato il giovedì da quelle parti. Erano gli anni Settanta. Mia madre indossava un vestito a margheritoni gialli, si ravversava i capelli guardandosi nello specchio della toilette e poi mi prendeva per mano ed iniziava il mio calvario lungo tutta via Roma. Dio!, quanto mi sarebbe piaciuto vivere in piazza Matteotti, uscire e trovarmi nel bel mezzo del mercato. Ma no, niente affatto. Lì ci vivevano i signori e noi signori non eravamo. Noi abitavamo nel buco del culo del paese, fra gli operai, i pendolari e i muratori, proprio di fronte al distributore di benzina: nel cosiddetto Fondaccio. Da lì al mercato c’erano trecento metri, solo trecento metri, roba di pochi minuti a farli tutti di filata, ma lei no, lei doveva fermarsi a parlare con questo e con quello del più e del meno, di questioni assurde delle quali non mi importava un bel niente.
A dire il vero non so di cosa parlassero. Erano cose da grandi, il tempo che fa, il tizio che era morto, le bracioline impanate troppo dure, roba da piano di sopra. Io vivevo al piano di sotto, appeso alla sua mano, gli arrivavo si e no sopra la cintura. Adesso la smetterà di parlare, pensavo, e invece lei ci dava dentro da dio. Un talento naturale nel far lievitare i discorsi, nell’annodare la fine dell’uno con l’inizio dell’altro. Laddove sarebbe bastato un saluto, lei impiegava decine di minuti. Dopo un po’ io, desideroso di arrivare sul mercato, iniziavo a tirare la mano, che naturalmente era collegata al braccio e alla sua persona, sempre più forte. Ma lei niente, continuando a parlare contrastava la tensione tirando a sua volta, imperturbabile. Soffiavo, supplicavo, battevo i piedi, cercavo di liberarmi minacciando di proseguire da solo. Esasperata mi diceva di non fare così, di non essere uggioso, e tirava in senso contrario continuando beatamente il suo discorso. Per ora ero solo un moscerino fastidioso, da mettere a bada scuotendo appena la mano.
Santo cielo, dover aspettare da bambini il comodo dei grandi. Essere lepri e doversi fermare ad attendere le tartarughe. Da lì a poco la cosa mi mandava in bestia e la lotta si acuiva, come nei viedeogames, saliva di livello.
Mi lasciavo penzolare con tutto il mio peso cercando di staccarle il braccio e tiravo su le gambe dondolandomi appeso a quella sorta di liana. Ma lei niente, si chinava per farmi toccare terra scaricando il peso e seguitava a blaterare.
«Dai mamma, andiamo!»
«Aspetta un attimo, fammi finire un discorso.»
Il più delle volte era l’interlocutore ad avere pietà di me e a salutare. Ma ce n’erano alcuni, o meglio, alcune, che erano un vero flagello: erano come mia madre. Combinate con lei davano il via a una reazione di idrogeno ed ossigeno: un incendio inarrestabile, roba pargonabile al plutonio, pura energia atomica che trovava alimento in se stessa: briciole di fatti e di materia capaci di alimentare una reazione a catena di discorsi senza fine. Maledette!

Pochi attimi prima, tanti anni fa, mentre procedevamo sul marciapiede a passo svelto pregavo fra me: «Fa che non si incontri nessuno! Fa che non si incontri nessuno!»
Qualche volta andava bene, ce la cavavamo con una o due soste non troppo brevi, ma quando vedevo venire verso di noi Duilia, Iolanda, o qualcun’altra delle sue interlocutrici preferite, beh, mi sentivo morire. Dei giorni per arrivare al mercato potevamo impiegare anche due ore e mezzo. Alla fantastica media di un metro e mezzo ogni due minuti.
Caduto nella tela di quelle signore un muro colossale si ergeva fra me e il mercato fattosi improvvisamente lontanissimo. Allora, con le lacrime agli occhi immaginavo la gente con le buste e i fagotti che riprendeva la strada di casa, i commercianti che riponevano le merci e, disperato, giocavo la mia ultima carta, il terzo livello: la bizza maleducata.
Strattonando selvaggiamente quel povero braccio di madre ciarliera, iniziavo a piangere disperatamente e ad urlare:
«Andiamo! Dai andiamo!»
Se la cosa non sortiva alcun effetto, passavo senz’altro all’artiglieria pesante. Ciò mi avrebbe precluso la gioia di avere un giocattolo nuovo, ma almeno avrei avuto il mercato:
«Troia! Puttana! Andiamo, voglio andare al mercato!»
Gli interlocutori rimanevano sconcertati. Mi guardavano accigliati, e mia madre, colpita alla nuca da quelle parole che echeggiavano da parte a parte della strada era costretta ad occuparsi di me prima che tutto il paese si rendesse conto di quanto fosse ben educato il suo angioletto e riversasse il suo biasimo incondizionato su di lei. Costretta ad accomiatarsi anzitempo, vale a dire prima dello scoccare del giudizio universale, mi guardava minacciosa, ferita:
«Ora non ti compro nulla! Dire queste cose alla mamma! Ma stasera quando lo dico a i’ tu babbo! Vedrai! E poi di fronte a tutti! Bella figura che mi hai fatto fare!»
Finalmente! Vittoria! Gli scapaccioni che piovevano sulla mia testa erano confetti per la mia anima liberata. Il molosso si muoveva, il pachiderma riprendeva ad avanzare! Evviva!
«Fa che non incontriamo nessun altro! Fa che non incontriamo nessun altro!» pregavo dentro di me. Avevo vinto, forse il mercato non era ancora finito, forse avrei fatto in tempo a vederlo e a vedere il banco dei giocattoli del padre di Stefano: il mio migliore amico.
La rabbia di mia madre per le mie brutte parole e per la mia insistenza, svaniva come nebbia al sole una volta giunti sulla piazza del mercato. Un’altra madre sarebbe rimasta in eterno mortalmente offesa, ma lei no. Reduce da un suo mondo contadino e da un’infanzia fatta di astuzie e dispetti in cui tutto era possibile e permesso; una volta allontanatasi dagli occhi della gente, dimenticava subito, giacché per lei e per la sua anima di bambina, bestemmie, parolacce od altro non avevano in realtà alcun senso o valore. A ripensarci bene, oggi so che a procedere lungo quel marciapiede erano due bambini che si tenevano per mano. Poi io sono cresciuto e lei no: è rimasta la bambina di allora. La mia dolce bambina chiaccherona. Tenera, furba, indovina, maliziosa e birbante e al contempo ingenua e innocente come lo sono i fanciulli nei dipinti romantici.
Al mercato mi attendeva il banco dei giocattoli, per questo volevo arrivarci il prima possibile. Non avevamo soldi per i giocattoli, l’unica cosa che, dopo aver guardato questo e quello, mia madre poteva permettersi era una busta di soldatini militari verdi. Sempre lo stesso giocattolo, tutti i giovedì. Una ventina di soldatini di plastica verde del valore di una monetina.
Come un generale reclutavo il mio esercito rimpinguandolo ogni settimana con una nuova pattuglia. Ne avevo due fustini da detersivo Dash pieni. Quando li distendevo nell’andito del grande palazzo all’ultimo piano, lo riempivano quasi per intero. Altri ancora li nascondevo nei gerani e nei cactus come sentinelle a guardia di una gola o di un canyon.
Senza ombra di dubbio quei soldatini erano tedeschi, dovevano esserlo; adoravo i tedeschi e ero felice di averne un esercito così grande e sconfinato.
Non avevamo la televisione, la radio scassata gracchiava soltanto, ma mia madre sin da piccolissimo mi aveva sempre raccontato le storie della sua infanzia, della guerra e del passaggio del fronte.
Oh, dolce ricordo, in quei momenti la mia madre chiaccherona smetteva di blaterare a vanvera e diventava la principessa della narrazione: Orson Wells domestico, Stevenson a buon mercato… mi raccontava le storie della guerra e del passaggio del fronte. In quelle storie i tedeschi erano terribili e per questo li adoravo. Essi esercitavano su di me il fascino dei cattivi delle fiabe. Armati, organizzati, implacabili. Come potevo non ammirarli? La mia anima nera di monello si inebriava di quei racconti e sarebbero occorsi ancora decenni perché le cose tornassero a posto nel mio sentire. Eppure, già allora, non mancava nessun elemento per comprenderne la spietatezza. Il racconto che amavo di più non era quello del furto o della requisizione del maiale, né quello di mio zio piccolino che era stato salvato da un medico tedesco. Quello che amavo di più era quello dello speck, anche se a me occorsero anni per comprendere l’equivoco linguistico che lo generò e mia madre non credo abbia mai scoperto cosa quella sera il capitano delle SS cercasse in casa sua. Era entrato irato, urlando: “ Speck! Speck! Ich möchte Speck! Volere Speck!” Mia nonna costernata, aveva detto a mia madre ottenne di correre in camera a prendere lo specchio sopra il cassettone. Lei aveva obbedito di corsa e al suo ritorno aveva dato lo specchio al capitano che, trovandoselo in mano, in preda alla fame e all’ira, glielo aveva spaccato in testa.
Esilerante oggi, grandioso e immensamente crudele allora. Che a farne le spese rischiando di ferirsi mortalmente fosse stata la mia mamma bambina, non scalfiva minimamente la mia ammirazione per la mitica e irragionevole cattiveria teutonica.
Fui il generale di un’esercito grandioso e a buon mercato fino al giorno in cui Stefano, come ho detto il mio migliore amico e compagno in quel benedetto e splendente eldorado che ha la ventura di essere talvolta l’infanzia, non si presentò con una scatola di soldatini Atlantic dell’esercito tedesco finemente cesellati in plastica di prima qualità. Mi avvidi subito quando li dispose in formazione che differivano dai miei per più di un particolare. E non era solo una questione di rifiniture e di prezzo: le uniformi, le cartuccere, i mitra, gli elmetti erano proprio diversi.
Guardai la scatola finemente illustrata con indicazioni storiche, data, bandiera: Pattuglia della Wermach, esercito tedesco, 1943-1945. La bocca mi si asciugò istantaneamente e quasi tremante ne raccolsi uno confrontandolo con uno dei miei molto più grezzi e approssimativi e… com’ho detto, molto diversi.
Era una domenica mattina, mio padre che la guerra l’aveva quasi fatta e i tedeschi li conosceva bene per averci avuto a che fare dopo lo sbandamento, sedeva a tavola sonnecchiando con la grande testa poggiata in avanti sul tavolo. Non avevamo divani o poltrone allora. Lo riscossi: “Babbo, che soldatino è questo, di che esercito è?” gli domandai passandogli il soldatino di Stefano. Lo guardò a lungo, attentamente. Poi mi disse: “Questo è un tedesco, non v’è dubbio, erano proprio così. Uniforme, elmetto con la piega, pistolmachine, questi mitra, erano proprio così i tedeschi!”.
Per poco non caddi svenuto ai suoi piedi. Sperando che non fossero davvero stati proprio tutti così, gli passai il mio soldatino. L’esaminò con attenzione, poi disse: “Non so, certo non è un tedesco, lo vedi anche tu. Esercito italiano direi, forse americano!”
Non aveva finito di rispondere e già singhiozzavo, corsi via asciugandomi gli occhi. Stefano, in piedi vicino a me guardò mio padre e allargò le braccia senza capire. Nessuno poteva capire. Bocconi sul mio letto, il volto affondato nel cuscino piangevo di disperazione e giuro che seguitai a piangere per giorni. Il mondo mi era crollato addosso. Possibile che con una parola, centinaia di soldatini tedeschi, di fascisti canaglie e cattivi come piacevano a me, si fossero trasformati in americani o italiani buoni a nulla e mollaccioni? Fu il mio 8 settembre del 1943 e ne soffrii molto. Rammento che lasciai perdere i soldatini per lungo tempo, giocavo solo con i pochi e inequivocabili indiani e cow boy che avevo. Il mio glorioso esercito non era più lo stesso, aveva perso per sempre il fascino donatogli dalla sua supposta crudeltà.
Molti anni dopo avrei incontrato uomini veri, in carne ed ossa, a cui era accaduto lo stesso. Anziani reduci dai campi di prigionia, italiani che dopo l’8 settembre, in Grecia, Albania e nei territori occupati, una manciata di parole trasmesse dalla radio aveva trasformato in nemici. Tutti erano stai deportati in gran numero da pochi tedeschi con l’inganno e divenuti loro malgrado schiavi di Hitler, oppure, in rari casi, erano morti combattendo come a Cefalonia. Ad ascoltarli e raccontarli avrei dedicato un lustro della mia vita. 600.000 soldatini in molti poco più che ventenni, più di 60 – 80.000 fra questi non erano più tornati a casa. Tutti, vivi e morti, proprio come avevo fatto io da bambino con i miei soldatini voltagabbana, erano stati dimenticati dalla Storia in un fustino di detersivo. Ritrovarli fu forse il mio modo di farmi perdonare. Raccontarli un bisogno che non so spiegare.