Il diritto del bambino alla noia e alla libertà

(foto trovata in internet di autore a me ignoto)
Dalla noia del pastore è nato il flauto,
da quella dei poeti la poesia,
da quella dei filosofi la filosofia…

C’è sempre il rischio di risultare banali nel parlare di questioni che dovrebbero essere ovvie, se non fosse che ovvie non sono e allora occorre che qualcuno lo faccia.
Se mi domandassero quale diritto vorrei aggiungere alle varie carte per i diritti dell’infanzia, io risponderei senz’altro il diritto alla noia che è un tutt’uno con il diritto alla libertà. Libertà di non fare niente, di perdere tempo, di annoiarsi, appunto.
I nostri bambini hanno oramai perso questo diritto da tempo e la colpa, perché di una terribile colpa si tratta, è tutta nostra.
Quando incontro i bambini spesso mi chiedono come mi viene l’ispirazione per scrivere le mie storie, o come sono diventato un narratore, e ancora come faccio a fare così tante cose, scrivere libri così diversi, spaziare dal cofanetto creativo per i più piccoli al romanzo, intagliare il legno, costruire trottole e burattini, pensare i laboratori, e così via.
La mia risposta, che gli sorprende sempre e, non di rado, li lascia interdetti, è sempre la stessa: “Mi annoio molto e sono sempre stato un bambino che si annoiava molto”. Non ho mai fatto un corso da piccolo, né un campo estivo, nessuno stage, niente scout, niente piscina o parrocchia, giocavamo per strada.
Di fronte alla parola noia sbalordiscono. La noia, che spesso va a braccetto con l’attesa, non è più un concetto che riguarda la nostra quotidianità. Per annoiarsi bisogna non aver nulla da fare, e non aver nulla da fare è un delitto.
Dover fare un viaggio in treno senza smartphone, e senza un buon libro, è impensabile e noioso. Ci espone a quella esperienza fondamentale che ci ha connotato per secoli come esseri umani e che consiste nello stare da soli con se stessi e i propri pensieri. Tutti gli uomini, fossero essi pastori, filosofi, marinai, agricoltori, artisti, monaci, o chissà cos’altro, per secoli e secoli hanno sperimentato quotidianamente questa condizione per gran parte delle loro giornate.
Se io penso alla mia vita e alla percezione che ho della sua durata posso dire che la mia infanzia è durata interi millenni, e lunghissima mi è parsa anche l’adolescenza, mentre poi, una volta sposato, dopo la nascita dei bambini, quando sono cresciuti gli impegni e le cose di cui occuparsi, ed è stato più difficile perdere tempo, annoiarsi, la mia vita ha iniziato a correre e gli anni a passare veloci come mesi.
Un’estate adesso vola via veloce, non fai in tempo a mettere la maglia di cotone e riporre quella di lana nell’armadio che è di nuovo Settembre. Si mangia di corsa, si vive di corsa, fra il lavoro e mille cose da fare e questo fa volare i giorni. Quando ero piccolo, invece, un’estate durava tre secoli e le giornate erano interminabili. Così ogni giorno c’era da inventarsi qualcosa, qualcosa di inutile, un gioco, una storia, una fantasia, che ci permettesse di occupare quel tempo di libertà. Quando un gruppo di bambini in una piazza di paese si annoiano, perché senza animatori e smartphone ci si può annoiare anche in gruppo, occorre farsi venire un’idea, inventarsi mondi, costruire una fionda, organizzare battaglie, combinare qualche guaio, rompere un vetro, oppure fare una vendita di giornalini, creare una società segreta con un alfabeto segreto, fare la guerra con quelli della piazza vicina, allenarsi per la partita di calcio del secolo, nascondere un tesoro, costruire un morto sul letto con gli abiti dello zio scapolo di Stefano, scovare un vecchio paio di pattino del papà di Federico per sbucciarsi le ginocchia, andare a rubare delle ciliegie, e così via. Spesso non ci bastavano i soliti giochi: nascondino, chiappino, pallone, e così occorreva inventarsene altri, senza istruzioni per l’uso. In sostanza a noi era richiesto solo di essere bambini, stare fuori dai piedi, non superare determinati e ideali confini geografici, che mutavano con l’età, esistere. Solo oggi mi rendo conto che quella che ai nostri occhi può apparire la sciatta noncuranza di genitori impegnati a vivere la loro vita era alla base della nostra libertà di correre, salire su un albero, giocare, immaginare, vivere il mondo e perfino di annoiarsi.
Un tempo potevamo anche litigare fra noi, picchiarsi qualche volta, ma oggi neanche questo si può più fare. Se accade gli adulti ci mettono subito il naso a difesa dei loro pupilli. Quanto sono importanti e preziosi questi nostri figli, quanto tutt’uno con le nostre vite e le nostre aspirazioni. Quanto sono impegnati a diventare questo e quello e a rincorrere successo, fama, e ricchezza urlati a gran voce dalla tv da calciatori, cuochi, musicisti e ballerini. Quanto è organizzata e piena la loro vita. Somigliano a dei piccoli manager che passano da un appuntamento all’altro, da un impegno all’altro, spesso portati da dei nonni tassisti da un luogo protetto, dove si impara o si gioca con determinate inappellabili regole, a un altro luogo protetto: calcio, poi pianoforte o danza, la dottrina, il compleanno dell’amico, il campo estivo organizzato. Non si annoiano mai, se accade piegano la testa sullo smartphone e fanno un videogame. Non escono mai da soli, troppo pericoloso, non vedete cosa accade in televisione? Se succede sono sempre rintracciabili con tanto di app o di chiamata della mamma.
A questo punto del mio iperbolico e provocatorio ragionamento mi sorge una domanda che mi procura non poca angoscia. Ma se la loro vita è già così impegnata da somigliare alle nostre, non sarà per caso che anche la loro percezione dello scorrere del tempo sia già simile alle nostre?
Santo cielo, mi tremano le gambe al solo pensiero, perché se così fosse, se un’estate dei nostri bambini durasse quanto una nostra estate, allora noi ci staremmo macchiando di una colpa per la quale non esiste possibilità di espiazione: quella di aver accorciato di due millenni le loro vite, di averle rese simili alle nostre vite di adulti e averle fatte durare quanto un battito d’ali di farfalla.
I nostri bambini hanno bisogno di perdere tempo per guadagnarlo, di inutile, di fare cose che si inventano loro e non servono a nulla. Perché alla fine, al momento di guardarsi indietro per scorgere in una sola occhiata le nostre vite, sarà l’unico tempo che avranno davvero avuto: il tempo del gioco spontaneo e senza regole, dell’esplorazione di un bosco, di una corsa sulla spiaggia lontano dai nostri occhi, dell’amore e delle carezze. Sarà così non solo per loro, ma anche per noi. I momenti belli che ricorderemo saranno quei momenti magici dove c’eravamo solo noi e loro senza nulla da fare, con un gioco inventato solo per ridere, in cui ci siamo dedicati davvero interamente solo a loro, non organizzando le loro vite per non fargli mancare nulla, ma semplicemente, essendoci davvero, fermandosi a riprendere fiato con loro.
Nel frattempo le nostre strade si stanno riempiendo di bambini di tutti i colori, molti di questi bambini vengono da famiglie più povere delle nostre, le loro giornate e le loro vite somigliano a quelle dei bambini che eravamo negli anni Settanta e anche i loro genitori fanno spesso lavori che facevano allora i nostri padri emigrati dal sud o provenienti dalle campagne.
Ne incrocio due, uno guida una vecchia bicicletta Graziella contromano, il fratellino in piedi sul portapacchi posteriore tiene una mano sulla spalla del fratello per stare in equilibrio e un vecchio pallone nell’altra. Hanno un grande sorriso, sua madre deve avergli appena urlato, nel dialetto di un altro mondo, di tornare in tempo per cena se non vogliono prenderle.
Quei due bambini non sanno niente di danza e di pianoforte, ma sanno scavalcare un cancello senza paura per recuperare un pallone e forse si inventano delle storie quando si annoiano e se le raccontano nella loro casa ancora senza televisore. Non hanno lo smartphone e siedono a fianco dei nostri figlia scuola. quei due bambini sono davvero più poveri di loro? E siamo proprio sicuri che il nuovo Stefano Bollani o la nuova Carla Fracci saranno i nostri figli con tutte le loro lezioni e non loro, che magari suonano solo sul piano della vicina gentile o della scuola e ballano di fronte allo specchio semplicemente per gioco? No, non possiamo esserne sicuri, altrimenti io non arei qui a scrivere libri e questo libro, e non esisterebbero scienziati e premi Nobel venuti da famiglie come le loro.
Senz’altro sono i bambini più protetti, monitorati, impegnati della storia dell’umanità. Spesso non sanno legarsi le scarpe, o sopportare un insulto senza sbroccare, se perdono un pallone vanno a chiamare mamma, se in un libro per loro c’è una brutta parola guai, alcuni eseguono Chopin al pianoforte già a nove anni. Non hanno tempo da perdere. Sono bambini fortunati. Sono bambini fortunati? Non so dirlo, di certo so che noi adulti dovremmo frenare e darci una regolata lasciandoli più liberi di annoiarsi e perdere tempo.

PERDUTAMENTE RISE

A Guido, il poeta

Quando in casa parlavamo di zio Agostino, nonna Lucrezia, che pesava come un bue e non si alzava quasi mai dal suo trono di noce nazionale, scuoteva la testa canuta e con una smorfia da matrona esclamava: «Sibarita e viveur!»
Allora ero un bambino con i pantaloni corti e non capivo cosa volesse dire nonna, solo mi piaceva il suono di quelle due parole accostate e le ripetevo fra me come una filastrocca, canticchiandole all’infinito: «Sibarita e viveur! Sibarita e viveur! Sibarita e viveur!»
Ogni domenica però attendevo con ansia i passi di zio Agostino per le scale. Era inconfondibile perché le saliva canticchiando e facendo gli scalini a due a due come uno stambecco. Quando lo sentivo fischiettare correvo ad aprirgli la porta. Elegante, con i capelli impomatati e i baffetti alla Clark Gable, profumava come una donna e mi prendeva in braccio nonostante fossi già grandicello. Un giorno dopo pranzo, mentre da soli montavamo insieme sul tavolo del soggiorno un modellino di stukas che mi aveva regalato, mi ritornò alle labbra quell’espressione oscura e affascinante e con la franchezza dei bambini gli chiesi: «Zio, nonna dice che sei un sibartita e un viveur. Ma che vuol dire?»
Perdutamente rise. Poi, ignorando la mia domanda, iniziò a raccontarmi una delle sue storie. Mi disse che Sibari era il nome di una città dell’antichità andata distrutta al tempo della Magna Grecia e che una volta lui era stato da quelle parti quando aveva fatto il soldato in Calabria.
Un giorno il suo camion era alla testa di una colonna di mezzi militari e procedeva a velocità sostenuta su una strada bianca che attraversava un campo di olivi secolari, quando, d’improvviso, un vecchio in mutande gli si era parato di fronte e lui si era trovato costretto a frenare di scatto per non metterlo sotto. Il muso del camion si era fermato a tre centimetri dal petto dell’uomo che dal canto suo era rimasto immobile con la mano alzata, come se nulla fosse. Un tamponamento senza precedenti era stato evitato per un pelo e mentre i soldati tutti ammaccati si rialzavano dentro ai cassoni rivolgendo a mio zio le peggiori ingiurie, il vecchio si era fatto dalla parte dello sportello ed era salito offrendo a mio zio un sorriso sdentato di riconoscenza.
«Embé?» Aveva chiesto mio zio.
«Si vùi facìti quissa via, passéte du paisi: Iì scinni addrè (1).» aveva spiegato lapidario l’omino e poi, vedendo che Agostino lo guardava perché sopra era vestito di tutto punto con tanto di cappello, giacca e camicia e sotto aveva solo scarpe, calzini e mutande, si era sentito in obbligo di spiegare: «Vève adduve u mastu cusitùre a pigghiè i cazùni, che m’ada abbùte a cunzò.(2)»
Mio zio lo guardò con tanto d’occhi e poi, perdutamente rise.
L’altro ricambiò lo sguardo mostrando per la seconda volta la bocca sdentata, poi in un dialetto che Agostino comprendeva appena, disse:
«Si vi piace riri vi vùgghi cuntò nu fattu (3).»
E senza aggiungere altro, iniziò a raccontare di un pasciuto mercante che dall’antica città di Sibari, si era portato in quella di Sparta per affari, ma subito se n’era assai pentito per via della pochezza del cibo, dei modi e dell’ospitalità degli spartani. Un giorno il pover’uomo, preso dalla fame e dalla disperazione, si era inoltrato nel centro della città in cerca di un posto dove poter mangiare qualcosa di decente. Stava ancora percorrendo vicoli e calle intricate con il naso per aria in cerca di aromi, quando era stato urtato da un uomo che uscendo di corsa da una casa lo aveva fatto finire a gambe all’aria nell’immondo canale di scolo della strada. Subito si era affacciata alla finestra una donna e aveva iniziato a urlare: «Al ladro, al ladro! Prendetelo quel cane!»
Vistosi additato ingiustamente il povero mercante sibarita se l’era data a gambe per non andarci di mezzo, ma una squadra di guardie richiamate da quelle urla aveva già bloccato tutte le vie d’uscita e il nostro si era ritrovato in trappola insieme ad altri due giovani. Inutile dire che a nulla erano valse spiegazioni e proteste. I tre erano stati gettati nella cella più umida e fredda di tutta la Grecia antica, in attesa di essere giudicati. Abituato ai giacigli di petali di rosa e ritrovatosi sulla terra insopportabilmente dura, il mercante si era lasciato prendere dalla disperazione. Fra pianti e singhiozzi s’era fatta ora di cena, poi era trascorsa e, infine, in cielo era apparsa la prima luna. Finalmente, oramai a notte, erano giunte tre ciotole di miglio bollito e freddo che non avevano avuto altro effetto che quello di accrescere la sua costernazione. Mentre i suoi compagni di sventura ingurgitavano avidamente anche la sua razione, che aveva subito rifiutato con un gesto sdegnoso della mano, uno dei due gli domandò:
«Ma da dove trascorri tu per essere così di bocca scelta?»
«Vengo da un posto che si chiama Sibari» spiegò il mercante. «Lì le pagnotte nascono sugli alberi, piovono frittelle dolci dal cielo, sul fiume Crati galleggiano enormi focacce e nell’altro fiume, il Sibari, navigano correnti di schiacciate, carni e pesci che bollono mentre si dimenano nella corrente. Basta alzare una mano, e salsicce, spezzatini, sardine e focacce schizzano su dai fiumi per ricadere nelle nostre bocche o ai nostri piedi, accompagnate da fontane che versano vino anziché acqua!»
Increduli i due si guardarono fra loro, e uno si portò un dito alla testa come per dire all’altro: «Costui è pazzo!» e tutti e due perdutamente risero.
Offeso da quel riso il mercante si alzò su in piedi e disse serio: «Mi prendete per matto? Lasciate allora che vi racconti ciò che accade al mio paese in fatto di cucina e di piaceri e giudicate fra voi se quanto vi dico può essere frutto della fantasia. Questa è la storia di Alcide e Anacleto. Due fratelli considerati i più bravi cuochi che Sibari abbia mai avuto, finché la sventura non si abbatté su di loro!»
La storia del mercante raccontava di due fratelli che abitavano nella stessa casa ed erano a detta di tutti i migliori cuochi della città. Non c’era anno che i loro banchetti non fossero premiati e che sulle loro teste non fossero poste corone d’alloro. L’anno in questione i due avevano preparato un pranzo che sarebbe passato alla storia. Sottili fette di pasta poste a strati l’una sull’altra erano intramezzate da formaggio grattugiato, sugo di carne e panna salata. Alcide aveva avuto l’idea della pasta, Anacleto aveva aggiunto il formaggio e il sugo e di nuovo Alcide aveva suggerito il forno anziché la fiamma viva per la cottura e, Anacleto, aveva insistito perché prima si bollissero le sfoglie di pasta. Il piatto che ne era nato fu mangiato a sazietà da un esercito di signori, cortigiane e giovinetti, e i due furono portati in trionfo e ottennero l’esclusiva su quella pietanza per l’intero anno a venire.
Quando il magistrato pose sulle loro teste le corone, una sciagurata domanda uscì dalle sue labbra:
«L’avete cucinato insieme, ma chi di voi due ha avuto l’idea?»
In quell’attimo Eris, la dea della discordia, sempre in agguato e pronta a intervenire, scivolò giù dalle nubi dell’Olimpo e aguzzando la sua faccia marcia soffiò la sua risposta nell’orecchio di Anacleto che anziché rispondere: «Di entrambi!» come avrebbe voluto, disse: «Mia, l’idea è stata mia!»
Subito un pugno di Alcide lo colpì in piena faccia e la festa si tramutò in una zuffa fatta di lanci di avanzi, graffi, pedate, pugni e morsi. I sibariti, impigriti dal vino e dal cibo, si guardarono bene dall’intervenire e preferirono scommettere sul vincitore e fare un blando tifo, per l’uno o l’altro dei due fratelli.
Quando il litigio finì i due fratelli erano divenuti mortali nemici.
Casa, cucina e pentole furono divise al millimetro dai rispettivi delegati armati di metri, mattoni e cazzuola per tirare su divisori. Ma anche di bilance e stadere per pesare stoviglie, tegami e mestoli. Adesso i due rubicondi fratelli non si parlavano più. Nessuno dei loro piatti vinse più un premio per molti anni. All’inizio si trattò solo di pasta scotta, da un lato, scipita dall’altro, troppo salato l’arrosto, troppo pepato il bollito, ma in seguito arrivarono sulle tavole dei commensali zuppe disgustose e arrosti immondi che rischiarono di farli finire sul lastrico, giacché dopo ciò tutti si guardarono bene dal richiedere i loro servigi.
Memore dei fantastici piatti che i due fratelli avevano saputo creare prima della loro lite e sentendosi un po’ in colpa per la sua domanda, l’anziano magistrato di Sibari volle vederci chiaro, li fece chiamare e li interrogò.
Così Alcide ammise vergognosamente che oramai da anni ogni notte saliva sul tetto e faceva pipì dentro il camino del fratello centrando la pentola che bolliva sul focolare e Anacleto confessò che con una porta segreta penetrava tutte le notti nella cucina di Alcide e manometteva i barattoli delle spezie con intrugli di ogni genere: sabbia nel pepe, vetro nel sale, succo di cimice verde nell’olio.
Il magistrato ascoltò la loro deposizione, ci pensò un attimo, perdutamente rise e poi disse: «Questa ostilità fra di voi mi fa venire in mente una storia che vi voglio raccontare: c’era una volta nell’antica Sibari un uomo con la testa di lupo e le zampe di agnello al posto delle mani, naturalmente si sarebbe mangiato le dita, sennonché…»

1 «Se voi fate questa strada, voi passate dal paese: io scendo lì.»
2 «Vado dal sarto a prendere i pantaloni, ché me li dovetti fare riparare.»
3 «Se vi piace ridere vi voglio raccontare una storia.»

Un’intervista fatta dai bambini su L’università di Tuttomio

Da dove nasce l’idea che l’ha portata a scrivere “L’università di Tuttomio”?

L’università di Tuttomio è uscito ed è stato scritto lo stesso anno in cui ho scritto IL MAESTRO, albo illustrato che racconta la scuola di Barbiana di Don Lorenzo Milani. Questi due libri parlano dello tesso argomento e nascono dalle mie riflessioni sul tema dell’educare e dell’educarsi, da ciò che vedo accadere nelle scuole che frequento, dall’esperienza che ho avuto con i miei figli a scuola. Credo che a scuola si giochi la partita più importante per il futuro di noi tutti e che sia fondamentale riflettere su che scuola vogliamo. Troppo spesso a scuola e nella vita i bambini e i ragazzi si trovano di fronte a genitori e insegnanti, ad educatori adulti maleducati che, senza rendersene conto, mandano avanti idee oramai tristemente diffuse che minano alla base la nostra capacità di stare insieme e di essere felici. Queste idee sono quelle che si insegnano all’Università di Tuttomio: l’esasperata competitività, il vincere da soli fregandosene dei compagni, il giudizio, l’etichettaemnto, l’idea che la felicità non venga dallo stare insieme e da una vita sensata, ma da ricchezza, successo, fama, e così via. I bambini spesso e volentieri hanno un grande senso della giustizia, colgono al volo l’insensatezza e, come Primo, vi si oppongono. In questo senso i bambini ci educano perché, prima che noi li roviniamo, sono nuovi nel mondo. Basterebbe imparare da loro, da voi. Questo racconta il libro.

Da dove ha tratto il carattere di Primo, il protagonista?

L’ho inventato, ma la lettura ha esempi eccellenti, partendo dai vangeli, dove Gesù è un bambino buono in un mondo corrotto, fino a l’idiota di Fëdor Dostoevskij o a Il Candido di Voltaire. Il super potere di Primo è quello di non vedere il male e quindi di non poterne essere ferito. Di più, egli è capace di individuare il grumo di dolore segreto che ha causato la cattiveria e la negatività di una persona e di dire una parola buona, una parola luminosa, una parola che cura, e che fluttuando invisibile nell’aria, va a colpire quel grumo e inizia a lavorarlo, ammorbidirlo, a far cambiare l’altro, a curarlo.

In quale personaggio si identifica maggiormente e perché?

Mi piacerebbe rispondere Primo, ma come si fa? Quando ho scritto L’Autobus di Rosa, che racconta la vicenda di Rosa Parks e del suo NO, ho raccontato anche la storia di un uomo che sull’autobus c’era e si era alzato per cedere il posto. Di più, aveva cercato di convincere Rosa ad alzarsi. Quell’uomo, oramai vecchio, cinquant’anni dopo o più, portava il nipote a vedere l’autobus di Rosa in un museo, confessava la sua cecità, chiedeva scusa. Ecco io sono quel nonno, non certo Rosa, sarebbe presuntuoso. E quindi non sono Primo, né il buon Trotter, semmai sono, siamo tutti, un pochino Mc Pear alle volte, e spero sempre che qualcuno mi abbracci e mi faccia diventare il Preside Pera rammentandomi le cose importanti.

Perchè ha voluto che Mr. Taccagn non mutasse il suo comportamento, a differenza del Preside McPear, che lui ha sempre seguito?

Perché la Storia ci insegna che sono sempre figure come quelle di Mr Taccagn, i consiglieri, ad essere “più realisti del re”, non è mai il re, che alla fine arriva ad accettare la sconfitta o a cambiare idea. Ma non cambiano idea coloro che, come Mr Taccagn, hanno dato tutto per quell’idea e si sentono traditi dal re stesso. È un dato di fatto, insomma. E poi per scrivere le storie ci vogliono dei cattivi assoluti, che non cambiano, degli antagonisti duri e puri. Anche perché, la storia ci insegna anche che quelli come Primo, pensate a Gesù, a Martin Luther King e così via, rischiano sempre di essere uccisi da chi non sopporta l’idea che si possa essere migliori.

Perchè ha sentito il bisogno di scrivere un libro che trasmettesse il messaggio dell’amore dei genitori verso i figli?

Io credo che nella nostra società, la capacità di amare altri sia sempre più compromessa. Mr Gregor e Katiuscia non sanno amare, sarà Primo ad insegnarglielo. Ad insegnare loro che un bacio e un abbraccio non hanno prezzo, ma non perché non valgano nulla, bensì perché non si possono comperare. L’amore non si può comperare, l’altro non è una cosa, una funzione, un erede, e non si può possedere. Eppure ogni giorno assistiamo a casi di amanti e mariti che picchiano e uccidono perché non sopportano l’idea che la persona che dicono di amare non voglia più stare con loro. Vediamo genitori che non sanno lasciare liberi i propri figli, lasciarli andare. L’amore non ha niente a che fare con il possedere, con il comandare, con lo strattonare il guinzaglio. L’amore ha a che fare con la nostra capacità di amare l’altro nelle sue differenze e trasformazioni e di lasciarlo libero di essere altro da noi, con o senza di noi. A a che fare con la nostra capacità di accettare il rischio della perdita. È sempre più difficile, ma anche sempre più necessario. Occorre saper dare più autonomia e libertà ai bambini e ai nostri figli, più fiducia, e occorre assumersi il rischio di ciò che saranno.

Pensa che ci sia la possibilità che venga scritta una continuazione del libro? Se sì, come? (Noi le consigliamo di far uscire Mr. Taccagn di prigione e di farlo riaffrontare Primo e di far sposare Violet Belfagor e Trotter )

Beh, la vostra idea è fantastica, davvero. Ma credo che sia bella proprio perché il libro lascia al lettore immaginare dove andranno e cosa diventeranno i ragazzini che camminano nella neve nelle pagine finali. Ragazzini costretti ad avere giudizio anche per gli adulti, ad essere loro in qualche modo adulti, e che, finalmente possono, nel momento i cui gli adulti recuperano la ragione (addirittura esagerando un po’) essere finalmente liberi di essere bambini. A settembre però uscirà il primo volume di una piccola trilogia dove ci sarà un altro personaggio interessante, che un po’ ricorda Primo: Orcobello, e allora, con un archetto bellissimo in una città di orchi orribili in cui i valori estetici sono invertiti, ne vedrete davvero delle belle se vorrete. Grazie e un grande abbraccio a tutti voi e alla vostra straordinaria maestra Laura Giannetta!

La casa

Potrei iniziare da lui, da mio padre, ma so in qualche modo che non sarebbe giusto. È da te, invece, forse in maniera inaspettata, che comincerò. Da qualche parte occorre pure iniziare e ho rimandato troppo a lungo questo appuntamento.
Tu, senza saperlo, mi hai insegnato che le storie sono tessuti fatti di trame e orditi, e un filo vale l’altro forse: lo tiri e tutto il panno si raggruma in uno spasimo. Ti ho vista tante volte tirare il filo sull’orlo di un tovagliolo ricamato, sollevarlo con l’ago, sfilarlo per farci il gigliuccio. Lo facevi mentre mi raccontavi storie, in quei pomeriggi in cui in casa restavamo soli io quattrenne e te. Su all’ultimo piano di quella nostra casa in via Roma, che nostra non era ma del Mannellino, il nostro padrone, come dicevamo, che teneva osteria al piano terra e teneva anche noi, a pigione, per diecimila lire al mese. Ma ecco che già sto divagando. Due cose, dicevo, mi hanno convinto infine a fare i conti con le nostre vite: la sua morte, la morte del babbo, e… quella casa: la tua casa, che fino a pochi giorni fa non avevo mai visto ma solo immaginato ascoltando le tue storie sul passaggio del fronte, il Borro dell’Inferno, i tedeschi, gli americani.
È buffo, al momento di scrivere babbo, e anche ora, le dita sono saltate combinandosi sulla tastiera per premere la maiuscola: Babbo! Ho detto che non voglio iniziare da lui, ma da te e dalla tua casa, e solo ora mi rendo conto di quanto sia difficile, se non impossibile, distinguere le vostre vite, arricciatesi insieme fin dall’inizio come due spaghi a formare una sola fune. Non ricordo se l’avessi mai veduta prima la tua casa, non mi pare, mentre tante volte ci siamo recati in Casaglia, in una sorta di tacito pellegrinaggio, per vedere quella del babbo: la grande casa colonica con la colombaia e l’imponente scritta a caratteri cubitali STAZIONE DI MONTA TAURINA. Anche babbo come te sapeva raccontare, ma in maniera diversa, come talvolta raccontano gli uomini. Mi piaceva ascoltarlo, vederlo sorridere, ridere, rattristarsi e commuoversi di fronte alle tragedie che la vita non aveva lesinato alla sua, alla nostra famiglia. Nelle sue lunghe pause di silenzio a tavola, quando raccontava, c’era la pretesa d’attenzione che si deve a ciò che è sacro, e il suo lento masticare faceva pensare a un lume pronto a spegnersi ad ogni nostro respiro. Cosa che puntualmente accadeva quando si rendeva conto che l’attenzione non era sufficiente e che non meritavamo il racconto. Tornava allora il cicaleccio del presente, il tuo soprattutto, specie negli ultimi tempi da dopo che, divenuta più sorda, il continuo dire è il misero baluardo che hai escogitato contro l’isolamento. Taceva, allora, ricordi? Privo di qualsiasi risentimento, seguitava a mangiare, abituato ai fallimenti causati dalla nostra disattenzione e quella dei nipoti, allora troppo piccoli, poi troppo distratti.
Tu, invece, hai sempre avuto, senza rendertene conto, un talento speciale per raccontare. Meno esatta nei tempi, nei luoghi, nel decifrare cosa accadesse alla grande Storia che stavi vivendo, ma più viva, più potente nel trasmettere visioni ed emozioni e nel mimare i gesti, gettare l’occhiata d’attorno, disegnare con il dito il contorno di montagne o la traiettoria di cannonate in lontananza. Stevenson domestico, Orson Wells a buon mercato, ho detto di te tante volte parlando con i ragazzi. In fondo tu, tanto più giovane di lui, vivesti la guerra che eri ancora bambina, bambina in quella casa bellissima. Una casa da contadini allora, da signori oggi che i tempi sono cambiati. Eppure che io l’abbia trovata l’altro giorno miracolosamente, quasi dolorosamente, intatta, inalterata, è quasi un miracolo.
Ero passato a trovarti nel pomeriggio. Sono il figlio lontano, quello che viene solo di rado, e al quale non si può chiedere granché. Sorbitomi l’elenco infinito dei tuoi dolori e dei tuoi mali misteriosi e imperscrutabili volevo portarti da qualche parte. Perché no, a mangiar fuori magari. Ipotesi subito rigettata, giacché per te come per il babbo mangiar fuori era un’occasione rara, importante, alla quale occorreva prepararsi con una sorta di moto atletico, per non sprecarla e godersela davvero. Non te la sentivi di mangiare, troppo poco appetito, uno spreco: non valeva la pena. L’idea di un primo e un caffè non si lega nella tua mente con quella del ristorante. Non siamo mai stati a ristorante quando eravamo bambini. Non te ne faccio una colpa, semplicemente non potevamo permettercelo. Ma anche dopo, quando le cose sono andate meglio, andare a ristorante non ha mai fatto per noi. Era il ristorante un’impresa da affrontare spalleggiati da tutti i parenti in occasione di cerimonie di famiglia, vestiti degli abiti migliori e sempre un po’ in imbarazzo. E anche quando negli ultimi tempi tu e babbo ve lo siete concessi, lo avete sempre fatto per festeggiare qualcosa: il vostro anniversario, un compleanno,le nozze d’oro. Solo voi e noi, con le cognate e i nipoti. Ordinare, domandare, vi metteva a disagio, figuriamoci pretendere, esigere o criticare.
Come ti è venuta l’idea di andare a rivedere la tua casa di bambina? Cosa succede agli uomini e alle donne man mano che gli anni avanzano e la strada da percorrere si consuma sotto i nostri piedi lasciandoci come acrobati in equilibrio su un filo immaginario. Semplicemente, dalla sommità dei palazzi, scorgendo la fine del tragitto si è tentati di voltarsi indietro a stimare la lunghezza della corda, a voler rivivere e rivedere ciò che nel nostro breve trascorrere siamo stati…

LA PICCOLA STRANIERA

(foto scaricata da http://rete.comuni-italiani.it)

Gli altri non la vedevano. E se una cosa non la vedi non puoi farci niente, è come se non esistesse. Inutile affannarsi a spiegare, descrivere, indicare: non serve proprio a nulla. Ma io la vedevo eccome, e questo è quello che importa. Non so da dove venisse, ma di certo veniva da molto lontano. La prima volta che la vidi fu in un pomeriggio di primavera mentre da casa della zia guardavo fuori dalla finestra, vicino alla cancellata che separava il nostro giardino da quello della signora Rita.
Avrà avuto la mia età ed era solo una bambina bionda – il volto serio e bellissimo – impegnata ad allineare piccoli sassi grigi sull’orlo della fontana. Le fronde verdi si stemperavano in quel riflesso di luce e i pesci rossi guizzavano di tanto in tanto alle sue spalle in cerca di insetti. Nell’aria l’odore stucchevole della siepe di gelsomino, bianca come un velo di sposa. Potete non credermi se volete, forse siete fra coloro che credono solo in ciò che vedono e possono toccare e, allora, è inutile che seguiti a raccontare. Ma se invece sapete anche voi il segreto di piccoli passi sulla neve e avete sognato almeno una volta nella vita gli occhi di quella civetta che in una notte di luna cadde dal camino e volò in casa vostra… Se l’ombra di quell’ala vi ha sfiorato e non siete più certi che tutto inizi e finisca con le nostre povere ossa… Se è così, allora, forse vale la pena di raccontare.
Ero molto piccolo e stavo dalla zia perché mia madre era all’ospedale. La notte sognavo la sua vestaglia rosa sul marmo di una tombini una note di pioggia e piangevo, e pregavo sommessamente, perché temevo che non tornasse più a casa. Stefano abitava nello stesso palazzo della zia e veniva a giocare con me quando ero da lei: era il mio migliore amico.
Guardai dalla finestra mentre disponevamo i soldatini verdi sull’impiantito macchiato di cinabrese e di nuovo la vidi.
«Nel giardino della signora Rita c’è una bambina» gli confidai.
Lui si alzò per guardare e mi chiese: «Dove?»
Gliela indicai, seduta fra le lame di luce polverosa che penetravano fra le foglie del mandorlo in fiore. Aveva il vestito bianco e guardò verso di noi; affondando nei nostri i suoi due grandi occhi grigio cenere.
«Non vedo niente!» mi disse Stefano. «Non c’è nessuna bambina. Mi stai prendendo in giro!»
E allora capii che nessuno poteva vederla tranne me. Appena Stefano fu richiamato dalla madre per la merenda scesi le vecchie scale di pietra fresca e sbucai nel giardino.
Lei era ancora lì e mi guardò senza dire niente. Mi avvicinai vincendo la mia timidezza.
«Ciao!» le dissi e pronunciai il mio nome.
Mi sorrise, con le labbra fini, il volto macchiato da leggere efelidi, i capelli d’oro come quelli di un angelo. Raccolsi da terra un ciottolo liscio e tondeggiante, lo bagnai nella fontana dei pesci rossi e sedendomi sul bordo di fronte a lei lo disposi in fila accanto ai suoi.
«Come ti chiami?» le domandai con un sussurro, temendo quasi che svanisse se avessi alzato troppo la voce.
«Vera» mi disse, e la sua voce profumava di petali di rosa appassiti.
«Dove abiti?» le domandai.
«Abitavo qui» mi disse indicando la villa della signora Rita. «Ma da oggi se vuoi starò sempre con te. Vuoi giocare insieme a me?»
«Sì!» le risposi, e fino alla fine dell’estate giocammo nel giardino io e la piccola straniera. Alle volte lasciavo Stefano e gli altri da soli e con una scusa correvo fino al giardino a parlare e a giocare con Vera. Raccoglievo le primule per lei all’inizio della primavera. A volte la trovavo seduta sulla poltrona della mia camera al mio risveglio e parlavamo del più e del meno. Anche di notte sentivo la sua presenza e non avevo più paura. Compariva quando meno me l’aspettavo, quando più ne sentivo il bisogno.
«Da dove vieni?» le chiesi una volta.
Mi guardò con un’ombra di tristezza negli occhi.
«Da un’isola di pappagalli e di pirati, forse, e comunque da un paese lontano».
Con gli anni Vera iniziò a comparire sempre più raramente. Quando cominciai ad andare a scuola e imparai a leggere, a scrivere e a fare di conto mi scordai quasi di lei e, infine, non fui più in grado di vederla e la dimenticai.
L’altra sera però, a cena da mia madre con i miei figli, lei ha detto loro vedendoli giocare: «Bella cosa che siete in due. Vostro padre quand’era piccolo si sentiva così solo che si era fatto un amico immaginario. Ci parlava a pomeriggi interi e alle volte faceva impressione starlo a sentire».
Mi sono alzato, in preda a un subitaneo disagio e sono andato verso la finestra sul retro. Ho poggiato la fronte già segnata da rughe contro il vetro scorgendovi il riflesso della mia barba brizzolata e dei miei occhi da cane triste. Poi ho guardato giù verso gli orti di quartiere ricavati fra l’autostrada e i condomini della 167, con i loro capanni di lamiere arrugginite e le distese di cavoli patetici. Là, per un attimo, mentre gli occhi mi si riempivano di lacrime, mi è sembrato di scorgerla, con il suo vestito bianco, ancora bambina nonostante gli anni trascorsi. Ma è stato solo un istante, l’ombra fugace e ingannevole di un fantasma di un’altra età. Eppure, ancora oggi, forse, è quella piccola straniera che detta.

L’olio dei bambini


L’olio dei bambini

di Fabrizio Silei

Avevo un cavallo a dondolo grande quanto quello di Ulisse, e tende di lino alle finestre, e giocattoli pregiati che provenivano da Parigi e da New York. E loro? Loro, invece, non avevano niente. Neanche la terra dove camminavano avevano, che anche quella era mia, di mio padre! Dopo la raccolta delle olive e la frangitura, le loro madri sarabbero tornate con qualche bottiglione di vetro a prendere il loro compenso in olio. Molti di loro comunque, quell’olio, l’avrebbero solo assaggiato per poi venderne la maggior parte per pagarci i debiti: il dottore, le medicine, il veterinario per quella volta che gli aveva curato il mulo, oppure, la pigione arretrata.
Le cantine di mio padre invece straripavano di quell’oro verde e l’ampolla di vetro e d’argento che la cameriera metteva sulla nostra tavola per condire ne era sempre colma. Eppure, nonostante ciò, gli invidiavo. Sì, gli invidavo perché essi erano liberi e invece io dovevo rimanermene in casa ad attendere il precettore per imparare il latino e il francese. Con la fronte appoggiata al vetro della grande finestra della villa stavo a guardarli mentre sfilavano nel piazzale per dirigersi ai campi. Sembrava una festa la raccolta delle olive, un gioco meraviglioso al quale io non avrei mai potuto prendere parte. Avvolti nei loro giacchetti, con i nasi gocciolanti seccati dal freddo, la brucola legata a spalla e il coltellino in tasca, bambini e bambine camminavano a passo sostenuto dietro i loro genitori e sorridevano contenti. Poi, li si sentiva ridere dai campi mentre, con le loro mani minute, raccoglievano le olive cadute fra l’erba. Non andavano a scuola in quei giorni, dovevano aiutare i loro genitori nella raccolta delle olive, delle nostre olive.
Anch’io aiutavo mio padre. A pomeriggio inoltrato saliva su da me mentre mi esercitavo al pianoforte con la signorina Delia.
«Basta così! Andiamo Adriano» mi diceva. «Vieni ad aiutarmi, si va a fare la raccolta delle olive.»
Mi padre era un uomo alto, con il volto sembre abbronzato e i baffi folti come quelli del Re. Famoso per la sua eleganza portava sempre un grande cappelo bianco e dal taschino del suo panciotto pendeva la massiccia catena d’oro del suo orologio svizzero. Non amava essere contrariato e così ogni sera facevamo la raccolta delle olive. Consisteva in questo: Mi mettevo gli stivali di cuoio da cavalerrizzo e sedevo al suo fianco sul calesse, dopodiché, al trotto, ci avviavamo verso i campi. Da lontano si intravedaevano i contadini chinati sulla terra o irti sulle piante a strappare via le olive e brigate di ragazzi e perfino bambini che svuotavano nelle balle i loro corbelli stracolmi dei frutti verdi e preziosi come gemme di giada.
Un giorno, come sua abitudine, mio padre discese dal calessino e si mise a parlare con il suo fattore di com’era andata la raccolta.
«Bene signore. Siamo già a cento sacchi. Vedrà quanto bell’olio faremo quest’anno.»
Parlando si allontanarono per non farsi udire dai contadini. Intanto gli occhi dei ragazzi e delle bambine si erano fissati tutti su di me. Uno di loro mi sorrise facendomi ciao con la mano. In preda all’emozione discesi dal calessino. Mi avvicinai sforzandomi di essere indifferente e cordiale. Con l’abito chiaro mi accoccolai anch’io a raccogliere qualche oliva accanto a loro, la feci passare fra le dita e la posai nel corbello del ragazzo che avevo vicino. Come andavano svelti quei bambini nel brucare le olive. Ci sarei riuscito anch’io se avessi voluto, nonostante a petto a loro avvessi le mani bianche e morbide come quelle di una fanciulla.
«Come vi chiamate signorino?» mi chiese il bimbo che mi aveva sorriso.
«Adriano, e tu?»
«Giuseppe, e lei Antonia, e lui…»
Mentre seguitavano le presentazioni e la mia mano si perdeva fra quelle dei bambini e dei ragazzi che quasi non osavano toccarla per paura di sporcarla, mio padre si avvicinò a me a grandi passi. Mentre io gli ero di spalle chinato e avevo ripreso a raccogliere le olive mi prese per un braccio e mi tirò in piedi di forza.
«Alzati!» m’intimò: «Non vorrai mica sporcarti il vestito. Lascia fare a loro. Non è roba per te questa!»
Mio malgrado gettai l’ultima manciata d’olive nel paniere e lo seguii voltandomi di tanto in tanto a guardare i bambini. Si erano fermati tutti e mi guardavano tristemente, quasi provassero compassione per me. Fra le dita mi era rimasta una sola oliva, la passai fra l’indice e il pollice saggiandone la consistenza e me la misi in tasca.
Ci allontanammo, mi voltai ancora una volta a vedere le colline che degradavano fra le chiome brillanti degli ulivi mentre il sole le arrossava un attimo prima di scomparirvi dietro.
Giuseppe alzò la mano e mi salutò da lontano. Avrei voluto rispondere a quel saluto, ma per paura di mio padre non lo feci.
«Hei dico! Che ti prende di metterti a famigliarizzare con i contadini, a raccogliere le olive? Sarai mica socialista?» mi domandò mio padre e terminata la frase scoppiò in una fragorosa risata.
Mentre procedevamo incontrammo un gruppo di contadini che tornava dai campi lungo la strada. Al nostro passaggio s’inchinarono lievemente e gli uomini sollevarono un attimo il cappello dalla testa in segno di saluto. Mi padre li guardò tutti ad uno ad uno con i suoi occhi neri e attenti. Poi fermò il calesse poco più avanti e disceso torno indietro, li chiamò e si fece incontro al gruppo.
«Buonasera signore! Disse un vecchio del gruppo togliendosi il cappello.»
Ma mio padre non gli badò. Si fece incontro a una donna che teneva stretto in mano il bordo del grembiule.
«Che cosa avete lì?» domandò con voce ferma e autoritaria.
La donna alzò gli occhi timorosa poi disse a voce bassa:
«Due manciate d’olive secche signore. Le ho raccolte per mio figlio che è casa malato e non è potuto venire a fare la raccolta. Gli piacciono tanto!»
Ancora seduto sul calessino vidi da lontano la sagoma scura di mio padre fare un passo avanti in direzione della donna, immaginai i suoi occhi ricolmi d’ira. Il silenzio della campagna d’intorno si fece assordante. Mio padre con un gesto secco e sgarbato strappò via il lembo del grembiule dalle mani della donna e i piccoli frutti neri caddero sul viottolo polveroso.
Non so come, non so perché, ma mi ritrovai a correre verso di loro. Vidi mio padre che in preda a una furia esagerata calpestava quelle due manciate di olive schiacciandole nella polvere della strada.
«Erano tue queste olive?» domandò a voce alta fissando la contadina sulla testa bassa.
«Alzi la faccia e mi guardi negli occhi quando le parlo!»
«Erano sue queste olive!?» urlò.
«No, signore.» borbottò la donna sollevando appena il volto e dai suoi occhi iniziarono a sgorgare lacrime come da una fontana.
«E lo sapete come si chiama chi prende la roba che non è sua?» domandò mio padre ad alta voce a tutta la compagnia. E poi rivolgendosi al vecchio che l’aveva salutato per primo:
«Arturo, questa qui non ce la voglio più a lavorare da me. Guai a voi se la riprendete!»
Il vecchio annuì guardandosi le scarpe, aveva il volto rugoso e lo sguardo domo di un somaro, di uno abituato a prendere nerbate dalla vita senza permettersi di protestare.
Nell’udire quelle parole la donna si gettò ai piedi di mio padre supplicandolo di non mandarla via. Aveva uno sguardo incredulo, disperato.
«C’ho un bambino malato. Non mi mandi via! Perdono! Perdono!»
Urlava come un bue scannato.
Tutto era avvenuto in pochi attimi e io giungendo finalmente sul posto al termine della mia breve corsa guardai quella gente con la testa china, i bambini che si nascondevano fra le gambe dei grandi; la donna bocconi nella polvere e mio padre che era pieno di sé, impettito di fronte a loro. Guardai quella scena e improvvisamente mi misi a piangere: dentro di me colava un olio antico, dolce e amaro insieme che mi raschiava la gola fino a farla bruciare. Lo stomaco mi doleva di rabbia e incredulità e pensavo fra me che, anche se era mio padre, io non avrei mai voluto essere come lui.
«Ma padre! Padre! Perché? Perché? Erano solo poche olive. Perdonatela padre! Non voleva rubare!» lo supplicai guardandolo fisso negli occhi e sentii le gambe farsi flaccide e il mondo prese a girare tutt’intorno: era la prima volta in otto anni di vita che urlavo contro mio padre, che gli domandavo qualcosa che non fosse per me.
Mio padre si voltò, alzò la mano sul mio volto e la tenne un tempo che mi parve interminabile sollevata nell’aria. Chiusi gli occhi in attesa che ricadendo, la sua possente mano bruna mi colpisse. Lo desiderai con tutto me stesso. Che mi colpisse di fronte a tutti per alleviare la mia vergogna.
Invece si fermò, i suoi occhi si spensero. Sembrò perdere sicurezza. Abbassò la mano.
«Per questa volta… Ringrazi il signorino…» disse, e presomi per la spalla mi trasse a sé e ci avviammo di nuovo verso il calesse.
Ed io sentivo il suo forte abbraccio. Le sue dita possenti bruciare sulla mia spalla. Le stesse che avevano strappato il grembiule dalle mani della donna, e udivo in lontananza la voce di lei dietro le nostre spalle che diceva: «Grazie, grazie signorino! grazie…»
E con la mia oliva in tasca avrei voluto fuggire da quell’abbraccio, da quella voce e correre giù per i campi e urlare Giuseppe! Giuseppe! Sto arrivando! Prepara un paniere anche per me! Giochiamo a raccogliere le olive, scherzando, ridendo, mangiando un pezzo di cacio e un poco di pane. Tutti insieme, tutti uguali. senza più latino, senza più pianoforte, solo noi bambini fra le rame argentee degli ulivi.

SI tratta di un vecchio racconto scritto nel 2002.

EDUCATORI MALEDUCATI

Due notizie hanno colpito in questi giorni chi, come me, lavora con i bambini e i ragazzi e si aggira per scuole, biblioteche e istituti superiori. La prima è quella relativa a diversi casi di genitori che, per difendere i loro pupilli, non hanno esitato a picchiare gli insegnanti dei propri figli o renderli oggetto di altre carognate; la seconda quella di alcuni presidi che nell’autovalutazione della propria scuola hanno inserito come punti di forza la mancanza, o il limitato numero di ragazzi provenienti da altri paesi, diversamente abili, o poveri.
Le due notizie sembrano scollegate, ma non lo sono affatto, e mi spingono a condividere questa riflessione circa il clima culturale che oramai da anni si sta diffondendo nel nostro Paese.
Che non ci sia più, o si sia da tempo logorato e, infine, rotto il patto fra gli adulti educatori è innegabile. La storiella che quelli della mia generazione – ho cinquant’anni – portano ad esempio a mo’ di barzelletta è semplice, ma esplicativa: “Se tornavo a casa da scuola e dicevo a mio padre che la maestra mi aveva dato uno schiaffo, lui mi chiedeva: da che parte? E paff! Me ne dava un altro sull’altra guancia”.
Certo è vero che ci si guardava bene dal riferire al genitore cosa si era combinato, del brutto voto o del rimprovero preso, per non essere puniti o sgridati ulteriormente. In quel mondo era in atto una silenziosa battaglia fra l’infanzia (bambini/ragazzi), da un lato, e gli adulti educatori, dall’altro. Non è che mio padre non fosse in grado di percepire i limiti della maestra, la sua ottusità o ingiustizia, magari addirittura, per usare un gergo oramai antico, classista, (e quindi che che colpiva anche lui semplice manovale tramite me) ma, comunque stessero le cose, lui sarebbe sempre stato dalla parte della maestra, perché come lui adulta; perché rappresentante dello Stato e con la responsabilità di educarmi all’osservanza delle regole e, come si diceva, a fare il mio dovere.
Era addirittura troppo, se ci pensate, ma gli schieramenti erano chiari. Basta leggere Pinocchio, La guerra dei bottoni, e tanti altri classici per ragazzi per trovarci frotte di bambini e ragazzi monelli, birbe matricolate da raddrizzare, in perenne fuga dal maestro e dal padre. Loro sbagliati e il mondo adulto saggio e giusto, impegnato a raddrizzarli con metodi più o meno cruenti.
Oggi, invece, le alleanze sono mutate. Indebolitisi i legami di comunità, divenuta incomprensibile l’idea di Repubblica o Stato, ridottasi a poca cosa ogni forma di gratuità e di volontariato, l’unità di riferimento torna ad essere quella tribale, anzi di più, il clan familiare. Quando la famiglia regge, intendiamoci, perché l’insoddisfazione e l’insuccesso sono sempre in agguato in una società fondata sul singolo. Per non parlare del fatto che una società che venera denaro, consumo e successo è inevitabilmente una società violenta, dove vige la legge del più forte, ognuno pensa per sé e ci si illude di vincere da soli.
Così, quando la famiglia regge, ci troviamo di fronte a genitori con atteggiamenti giovanilisti, che non invecchiano più, dal momento che non è loro permesso, che si comportano come i loro figli e si identificano con essi: sono loro amici, fanno i compiti al posto loro, trepidano per gli esami e le bocciature, proiettano su di loro speranze e frustazioni. Lottano per la loro famiglia contro tutto e tutti. Politica, Stato, tasse e scuola sono loro nemici. Ciò che viene fatto e detto ai loro figli è fatto e detto a loro. Si reagisce con denunce, proteste, perfino, quando non si hanno altri strumenti, con la violenza. In un mondo così la colpa è sempre dell’altro e spesso dell’insegnante, che non è della nostra famiglia, quindi è un nemico e un incapace, almeno che non si limiti a lodare noi e i nostri figli.
Se per mio padre l’insegnante era un pubblico ufficiale, una persona colta, con una posizione sociale invidiabile, oggi, in una società dove conta solo il successo economico, l’insegnante e la sua cultura non sono più invidiabili, sono incomprensibili, se non addirittura risibili.
Anni fa ho fatto incontri in quartieri siciliani dove la mafia fa da padrona, dove i genitori sono spesso agli arresti domiciliari e le madri mandano avanti la famiglia. Ricordo una preside coraggiosa che per aver denunciato dei ragazzi che durante la notte si erano introdotti nella scuola rubando i computer e altre attrezzature senza badare alle telecamere, era stata picchiata dalle madri di fronte ai carabinieri impotenti. In quella scuola scendendo le scale dopo aver parlato dei fratelli Rosselli e di poesia, dei ragazzini da cima le scale mi urlarono con disprezzo: “Arruso!” cioè omosessuale, in dialetto. Un maschio adulto, che parlava di poesia, di cultura, di Costituzione, per la loro cultura era da disprezzare, da offendere, forse anche da picchiare.
Era una situazione limite, mi chiedo quanto lo sia ancora.
La cultura ha ancora un valore, o è solo un mezzo per guadagnare molto? E se pur avendo cultura non si guadagna molto, allora a che serve? Niente greco o latino, niente arte, ma informatica, inglese e impresa. Non è questo il messaggio che è passato in questo Paese oramai da decenni?
Nonostante ciò alla scuola, ai libri per ragazzi, allo Stato, viene chiesto di educare. Non c’è problema, fatto, evento spiacevole che non faccia dire a qualche politico o opinionista: dovrebbe pensarci la scuola. Certe cose dovrebbero impararle a scuola. Una schizofrenia disperante.
Il vero problema è che noi ci poniamo come educatori, ma rischiamo di essere educatori maleducati. Quando leggo dei presidi che comunicano al Miur per ben figurare di non avere ragazzi diversamente abili nelle loro scuole, extracomunitari, immigrati, poveri, mi viene da piangere e mi metto le mani nei pochi capelli rimastimi.
Noi stiamo dicendo ai nostri figli che saranno felici solo se avranno fama e fortuna, che si vince da soli e non tutti insieme, che chi sta peggio è da lasciare indietro, da evitare, se non, come succede in questi giorni con alcuni senza tetto, da picchiare. Certo non ce ne rendiamo conto, sono idee, come direbbe James Hillman, che ci possiedono proprio perché non sappiamo di possederle. Quando esasperiamo il giudizio e la valutazione, lasciamo indietro, bocciamo, dividiamo anziché creare legami, stiamo diseducando i nostri figli con l’esempio comportandoci da maleducati.
Il vero problema è che siamo giunti oramai a un paradosso: non di rado i ragazzi e i bambini sono più educati dei loro genitori e dei loro insegnanti. Basterebbe guardare come stanno insieme e si comportano i più piccoli, che alto senso del gruppo e dell’ingiustizia essi posseggono quando vengono al mondo e camminano nelle prime classi delle elementari per capire che basterebbe ripartire da loro*. Basterebbe provare a farsi educare dai nostri figli seguendo il loro esempio. Sì, perché è soprattutto con l’esempio che si educa. Inutile che un genitore o un insegnante che non leggono dicano: Leggi! Che fumano, dicano: non fumare! Che escludono, dicano: accogli! Che non fanno la propria parte dicano: impegnati!
Si vince se si vince tutti insieme. Si va avanti se hanno capito tutti. Si aiuta chi è più debole. Ci si entusiasma per la scoperta di cose nuove, non importa se non immediatamente spendibili. Non si giudica l’altro, ma lo sia aiuta. Le persone non sono il loro stigma. Non importa quanto si ha, ma come si è, e così via.
Occorrerebbe riscoprire questi ed altri semplici valori educativi, condividerli con le famiglie, ricominciare a parlarsi fra noi adulti, sforzarsi di accettare il tempo che passa, agire coerentemente con essi, per uscire dalla crisi in cui viviamo e ricominciare a creare legami e a educare a testa alta. Certo, più facile a dirsi che a farsi. È una ragnatela enorme quella che ci lega agli altri, ognuno può tesserne solo una piccola parte, ma alla fine il disegno che ne uscirà fuori sarà il mondo in cui vivere con i nostri figli. Ogni giorno incontro insegnanti stupendi, volenterosi, genitori pieni d’amore e di buone intenzioni, ognuno di loro ha un ago e un rotolo di spago e fa del suo meglio per dare un senso al disegno complessivo, per cucire la sua parte di ragnatela. Sono convinto che molti altri potrebbero dare una mano, se solo riprendessimo a parlarci.

*Nel mio romanzo L’Università di Tuttomio, Il castoro editore, succede proprio questo, il mondo è salvato dai ragazzini, per dirla con Elsa Morante, che educano gli adulti.

La figlia di Babbo Natale


Adesso mentre il vento soffiava avvolgendo la grande casa in legno in un turbine di neve, il vecchio si pentiva delle sue parole, di quel che le aveva detto a proposito della tradizione e della barba. Non faceva che pensarci da settimane. Aveva ragione suo nipote Juniper, era solo un vecchio, uno stupido vecchio! Non che lui glielo avesse mai detto, intendiamoci, ma sapeva che lui lo pensava, lo capiva da come lo trattava. Eppure era lui l’unico maschio della famiglia e… c’era poco da fare.
Si sporse dalla sedia e con la punta delle dita fece per prendere una delle buste sulla scrivania. Al suo fianco il giovane alto e magro, con indosso un bellissimo completo rosso dal taglio elegante digitava velocemente sulla tastiera del computer. Con la coda dell’occhio si accorse del gesto del vecchio e si voltò stizzito.
«Zio! Non toccare nulla per favore!» lo rimproverò. «Non toccare nulla per l’amor del cielo, che mi scombini tutto!»
Il vecchio ritirò la mano, guardò la piccola pila di lettere sulla scrivania e sospirò.
«Non capisco perché si ostinino a mandare ancora delle lettere!» sbottò il giovane. «Per fortuna quest’anno sono poche centinaia. Fanno perdere un sacco di tempo. Sono un vero inghippo per la produzione!»
«Potrei occuparmene io…» azzardò il vecchio.
«Ma no, no, le passerò allo scanner, tu non preoccuparti, devi riposare zio!»
Il vecchio socchiuse gli occhi e ricordò quando, fino a pochi anni prima, lui e Natalie le aprivano e le leggevano insieme e quella stanza straripava di letterine giunte da tutto il globo e scritte in tutte le lingue del mondo. E non c’era nemmeno il traduttore automatico. Com’era bello leggerle assieme, vedere le carte di tipo diverso, i disegni dei bambini e le diverse calligrafie; le macchie di marmellata e perfino qualche lacrima alle volte, di chi scrivendo domandava qualcosa di veramente importante.
«Se tutti usassero la mail, o il forum contatti non perderemmo tempo!» disse Juniper parlando come fra sé. «Guarda qua!» E con l’indice magro premette il mouse e subito sullo schermo iniziarono a scorrere migliaia di righe scure e di caratteri simili a branchi di formiche impazzite.
«Vedi? Ecco altre mail che arrivano e mentre arrivano il software che ho realizzato le divide automaticamente per paese di provenienza e per tipi di richiesta, senza nemmeno bisogno di tradurle o di leggerle! E poi attribuisce a ciascuna mail il codice a barre e stampa l’adesivo dell’indirizzo.
Il vecchio sospirò ancora lisciandosi con le dita la lunga barba bianca. «Io, Natalie e gli elfi, invece, facevamo tutto a mano, occorreva leggere e tradurre ogni lettera!» disse e indicò i grandi e polverosi dizionari rilegati in pelle che giacevano dimenticati su un enorme scaffale.
Il giovane esplose in una risata di scherno: «Scusa se te lo dico ma… Insomma, roba da trogloditi caro zio! I tempi sono cambiati! Non ho fatto un master in gestione globale del regalo per niente io! Non c’è più bisogno di leggere tutte quelle scemenze, il software identifica il regalo: cavallo a dondolo, consolle da video games, bambola… e cestina automaticamente tutte le richieste assurde, che, guarda caso sono quasi sempre cartacee. Richiesta come: Che papà ritorni a casa! Guarda questa: una bambina giapponese che chiede a Babbo Natale che sua nonna guarisca. Chiedi un drone volante! Un aquilone se sei proprio all’antica, porta tua nonna in ospedale e non rompere! E chi siamo noi! L’esercito della salvezza!» E così dicendo accartocciò la letterina rosa e la lanciò nel cestino al suo fianco insieme a molte altre.
«Adesso scusami ma vado a vedere come procedono le cose in produzione! Aspettami qui!»
«Non Juniper, voglio venire anch’io, è da quando mi sono ammalato che non vedo la produzione.»
«Se insisti, lascia che ti mostri i cambiamenti che ho apportato caro zietto!» e spinse la carrozzina su cui sedeva il vecchio fino all’enorme magazzino spalancandone la porta di pesante quercia.
«Ma dove sono tutti? Che fine hanno fatto gli elfi?!»
«Li ho licenziati! Un costo superfluo, con tutte le tisane che si bevevano. Non ha senso mantenere qui una fabbrica di giocattoli capisci? Subappaltiamo in Cina! Ho tenuto solo Pot Licker per trasmettere gli ordini al computer e rispondere al telefono.
Il piccolo elfo alzò la mano e salutò il vecchio principale con un’espressione molto triste.
Solo l’anno prima si rideva e si cantava lì dentro fra colori, scherzi, seghe a nastro, torni e pennelli. Tutto era accatastato in un angolo, messo da parte, come lui.
«E per la consegna?» domandò il vecchio presagendo qualcosa di terribile.
«Convenzioni vantaggiose con corrieri di tutto il mondo e posta aeronavale!»
«E le mie renne?»
«Le ho liberate, via, aria, un costo di meno!»
«Ma moriranno di fame con tutta questa neve! E la notte di Natale come farai senza di loro a fare in tempo!»
«I regali partono con due, a volte anche tre settimane di anticipo!»
«Ma così non puoi sapere quando arrivano! Devono arrivare la notte di Natale!» urlò il vecchio terrorizzato e iniziò a tossire.
«Particolari Zio, fossi matto a andarmene in giro di notte, per prendermi i reumatismi o la bronchite che ti sei beccato tu l’anno scorso. La notte di Natale io dormo! E poi i camini con le stufe a pellet sono troppo stretti oggigiorno!»
Non finì la frase che una folata di vento aprì una delle grandi finestre facendo entrare un turbine di neve. Juniper imprecò e corse a chiuderla.
«Brrr, che freddo!» esclamò contrariato. «Sto seriamente pensando di trasferire l’attività a Singapore o in qualche paradiso tropicale: Sole! Manodopera meno costosa, niente tasse!»
Il vecchio si sentì mancare il fiato.
«Ma la nostra famiglia abita e lavora al Polo Nord da generazioni!»
«Caro zio, lasciamelo dire, dal punto di vista logistico è una vera cretinata e triplica tutti i costi!»
«Ma la poesia, vuoi mettere la poesia!»
«La poesia è roba vecchia. La gente vuole regali, merci, trastulli, non poesia! Comunque il marketing e gli illustratori continueranno a raccontare la fiaba del polo nord. E la mail sarà [email protected]
«Ma sarà come mentire! Te lo proibisco!» urlò il vecchio divenendo rosso.
«Su, su, lascia fare a me caro zietto!» lo blandì il nipote sfregandosi le mani. «Con 7 miliardi di persone e due miliardi di bambini che chiedono regali, guarda caso, per nostra fortuna, sono sempre i più ricchi a chiedere, occorre essere efficienti ed efficaci zio! E adesso vai a dormire!»
«Sei sempre stato uno strano bambino Juniper…» mormorò il vecchio sentendosi molto stanco. «Buonanotte!» e si avviò. Passando di fianco al cestino della carta raccolse qualcosa.
Una volta in camera accese il lume, spiegò la lettera di carta di riso rosa. La lesse. Dopo tanti anni di pratica conosceva il giapponese e quasi tutte le lingue del mondo.
«Caro Babbo Natale, fa che mia nonna guarisca!»
Si commosse. Ancora una settimana e sarebbe stato Natale.
Estrasse di tasca il suo telefono satellitare. Checché ne pensasse Juniper, il figlio di sua sorella, non era proprio così digiuno di tecnologie lui! Compose il numero.
Una voce di donna assonnata rispose dall’altra parte.
«Pronto Natalie? Sei tu?»
«Papà? Che succede, stai bene?»
«Sì, insomma… volevo…?»
«Sì?»
«Natalie, bambina mia ritorna ti prego, il Natale ha bisogno di te! Juniper ha liberato le renne, va recuperato Campanellino… sì, insomma…»
«Ma… la tradizione?» mormorò la donna, cercando di trattenere le lacrime. «Lo sai vero che non mi farò mai crescere la barba?»
«Lo so, non importa. Nessuno meglio di te saprà rispettare la tradizione. Vieni bambina mia, c’è tanto lavoro da fare e…»
«Sì?»
«Scusami…»
«Fa niente, sto arrivando!»
«Ah! Natalie!»
«Sì?»
«Solo una cosa, sulla quale vorrei che fossimo d’accordo: Il prossimo anno, e in quelli a venire… niente regali a chi manda una mail!»

Tutti i diritti riservati ©Fabrizio Silei

L’AMORE PRIMA DEL GIUDIZIO. Una riforma scolastica straordinaria sulle orme di Don Lorenzo Milani e dei grandi maestri di ieri e di oggi.

Pochi giorni fa il papa è volato in elicottero a Barbiana, si è inginocchiato di fronte alla tomba di Don Lorenzo Milani e ha tenuto un bel discorso elogiandone la figura e proponendola come esempio per i preti di oggi e per se stesso. Nel suo discorso rivolto agli ex allievi di Don Lorenzo ha detto: “Voi siete i testimoni di come un prete abbia vissuto la sua missione nei luoghi in cui la Chiesa lo ha chiamato con piena fedeltà al Vangelo…” Potrebbe sembrare vero tanto sono belle nella giornata di sole la canonica e la chiesetta di Barbiana, rimesse a nuovo e con tanto di piscina azzurra. Il borgo sembra un luogo di villeggiatura e non ha più niente a che vedere con la canonica umida e povera in cui Don Lorenzo non fu chiamato, ma fu esiliato dalla curia, dai preti, dalla Chiesa, sessantatré anni fa. Furono la povertà di quella parrocchia, l’umidità delle mura, il freddo sul monte Giove a causare o accelerare la sua malattia? Nessuno può dirlo, sta di fatto che come ricorda Neera Fallaci nel suo “Vita del prete Lorenzo Milani. Dalla parte dell’ultimo”, Barbiana mancava allora dei servizi più elementari, non c’erano la luce elettrica, né il telefono pubblico e “l’unica strada transitabile si fermava qualche chilometro più in basso. Si saliva alla chiesa per una specie di tratturo fra i boschi che si era formato con il passaggio dei greggi e delle tregge”.
Era Don Lorenzo un prete scomodo, caparbio, combattivo. Un prete che dava fastidio e che fu lasciato solo da tutti. Ciononostante dalla periferia del mondo riuscì a portare avanti la sua missione e un’idea di scuola che ancora fa discutere e riflettere.
Sin dai primi giorni a Barbiana, senza offrir loro da bere, né da fumare, pratiche che considerava pericolose e deleterie, don Lorenzo mette i giovani al lavoro per migliorare la situazione della parrocchia e scrive: “E poi dicono che la gioventù vuole il divertimento. Altri dicono che vuole l’organizzazione. Altri ancora che vuole un ideale di parte. Nessuno può supporre che si possa invitarli a regalare per solo affetto”.
Mi piacerebbe partire da qui in un momento in cui si parla tanto di Buona Scuola e si infarciscono programmi e proclami ideali con parole e concetti degnissimi e a lungo attesi come inclusione, ma poi si continua a inciampare ad ogni passo in vecchi retaggi ancora attivi. Eppure il nostro è il Paese che, dalla Montessori in avanti, più di ogni altro ha dato vita e voce al pensiero sul fare scuola e ha “prodotto” figure straordinarie come quella di Mario Lodi, per dirne una, il maestro scrittore che proprio con Don Lorenzo Milani e i suoi ragazzi ebbe un proficuo rapporto.
Scrive Eraldo Affinati proprio a proposito di Don Milani su Avvenire del 20 giugno scorso riferendosi a “Lettera a una professoressa”: «la scuola italiana ha recepito lo spirito inclusivo che promanava da quelle pagine, basti pensare soltanto alla legislazione sui “diversamente abili”; tuttavia “L’ossessione della campanella e l’incubo del programma” sono ancora pienamente attivi, rilanciati da due nuovi fantasmi di matrice europea: la maledizione burocratica e la smania selettiva. Da una parte ci sono i bilanci delle competenze, dall’altra i test a risposta multipla. Il priore aveva affermato “una scuola che seleziona distrugge la cultura. Ai poveri toglie il mezzo d’espressione. Ai ricchi la conoscenza delle cose”. Una dichiarazione che oggi vale molto perché assume una dimensione planetaria».
Una splendida sintesi della situazione: maledizione burocratica e smania selettiva che male collimano con quell’affetto di cui parlava don Lorenzo Milani. L’affetto del resto non sembra essere una categoria pedagogica utilizzabile e ancor meno l’altra parolaccia della quale riferiva Daniel Pennac, anche lui come me e come tanti, un ciuco con i fiocchi, nel suo “Diario di Scuola”:
“Dai, tu che sai tutto senza aver imparato niente. Il modo per insegnare senza esser preparato a questo? C’è un metodo?”
«Non mancano, certo, i metodi, anzi, ce ne sono fin troppi! Passate il tempo a rifugiarvi nei metodi, mentre dentro di voi sapete che il metodo non basta. Gli manca qualcosa.»
“Che cosa gli manca?”
«Non posso dirlo.»
“Perché?”
«È una parolaccia!»
“Peggio di empatia?”
«Neanche da paragonare. Una parola che non puoi assolutamente pronunciare in una scuola, in un liceo, in una università, o in tutto ciò che le assomiglia.»
“E cioè?”
«No, davvero non posso…»
“Su, dai!”
«Non posso ti dico! Se tiri fuori questa parola parlando di istruzione, ti linciano!»
“…”
«…»
“…”
«L’amore.»
Già, l’amore. “Ho voluto più bene a voi che a Dio!” dirà Don Milani ai suoi ragazzi. E sta tutto qui, prima ancora che in qualsiasi metodo, il fondamento della sua lezione, ma anche quella di tanti altri maestri che vanno da Mario Lodi a Giuseppe Pontremoli, Franco Lorenzoni, e tanti altri meno noti silenziosi maestri che ogni giorno riescono nell’impresa di destrutturare la follia, la nostra nevrosi consumistica e capitalistica, per ricostruire senso a scuola. Nell’arte di far amare e non odiare Dante, l’arte, la matematica, ma prima ancora lo stare insieme a scuola.
La sintetizzerei così: Non può esistere relazione educativa senza relazione affettiva, senza amore. Amore per la propria materia, per l’insegnamento certo, ma prima di tutto amore per i bambini e i ragazzi, per i singoli con le loro particolarità e differenze da accettare, accogliere, valorizzare senza giudizio. Invece troppo spesso il giudizio e la misurazione si trasformano in sentenza, quando non in pregiudizio, giacché sempre di più prendere un quattro rischia di trasformarsi in questo tipo di società in un giudizio complessivo sulla persona che finisce per valere quattro agli occhi della classe prima e della società poi.
Lo dico spesso agli insegnanti che incontro: oggi voi giudicate, ma sarete voi stessi giudicati alla fine dai vostri allievi. Come? Semplicemente incontrandoli ventenni, e poi uomini e donne adulti per strada. Vi eviteranno come la peste o correranno ad abbracciarvi?
Abbiamo ancora una scuola in cui i nostri bambini e ragazzi siedono per ore a dei banchi di fronte all’insegnante come nella vecchia scuola di Gentile: lo ricordo come una tortura. Ero iperattivo? Non lo so, non c’erano ancora le certificazioni. Una scuola dove, anziché recuperare il pensiero e la dialettica, quelle arti che sin da Plutarco fanno sì che i bambini o i ragazzi arrivino da soli alle soluzioni sotto la guida del maestro facilitatore, si danno le risposte. Poi si pretende che le risposte, le nozioni, siano imparate più o meno a memoria, più o meno meccanicamente, per giungere infine alla verifica. Un processo dove se ne vanno tempo ed energie preziose che potrebbero essere investite in altro modo e che rischia di scoraggiare e demotivare. Come se un buon maestro non sapesse, vendendo ragionare l’allievo, a che punto è e di cosa potrebbe aver bisogno. Così gli studenti vengono classificati, misurati, etichettati, certificati. Ognuno corre per se stesso in una logica competitiva che spezza i legami di comunità anziché crearli. Cosa c’è di più diseducativo?
“Quanto hai preso a matematica?” chiedo a un bambino di terza. “Otto!” mi risponde. E poi: “Ti riguarda che nella tua stessa classe ci siano bambini con l’insufficienza a matematica?”. Ci pensa un po’, poi risponde candidamente: “No!”
Dove è finita la comunità educante, quella che alla scuola di Barbiana rendeva i più grandi e i più avanti maestri dei più piccoli e dei nuovi arrivati. Quella dell’imparare insieme, dell’avanzare insieme, di crescere insieme valorizzando i talenti di tutti.
Questa è al di là dei proclami, una scuola individualista, competitiva, dove i Pennac, gli Einstein e in generale le menti più brillanti rischiano di perdersi, di annoiarsi, di imparare ad odiare ciò che potrebbero amare.
Dico spesso di fronte alla scolaresche e agli insegnati questa frase nelle nostre discussioni: “Avanti, ragionate, non temete di sbagliare! Il bello della scuola è proprio questo: la scuola è un ambiente protetto dove si può sbagliare senza pagare. Nella vita invece, là fuori, se sbagli paghi!”
I bambini mi guardano strano, gli insegnanti percepiscono la vergogna nel sapere che non è così e sentono però che dovrebbe esserlo. Che sarebbe giusto imparare attraverso le storie e il gioco, come fanno da sempre gli uomini, per errori e per successi, divertendosi. Che un bambino dovrebbe alzarsi contento di andare a scuola dove non ci sono urla da caserma, ma si sta insieme in un altro modo. La deriva aziendalista e efficientista (che brutta parola) è penetrata, invece, così profondamente nella scuola e nelle nostre teste da far dimenticare le grandi lezioni del dopoguerra e degli anni ’60 e ’70 del Novecento. L’idea della cassetta degli attrezzi, di saperi immediatamente spendibili e orientati non più alla creazione della persona ma a un presunto futuro occupazionale (rammentate le tre I della riforma Berlusconi? Impresa, Inglese, Informatica) è prevalsa. Così nonostante le belle parole delle varie riforme si legge sempre meno, si abbandona la scuola vista come qualcosa di ostico e noioso, si fatica a trovare una strada e un senso alla propria vita. Questa è la crisi più grave, una crisi culturale prima che economica.
I tanti ragazzini che arrivano all’università amando la scuola, l’Ariosto, Dante, la fisica o la matematica, lo devono alla propria tenacia (oggi si direbbe resilienza) o ad insegnanti straordinari che letteralmente resistono. Che nonostante le mortificazioni quotidiane, con sforzo titanico svicolando fra programmi, prove invalsi, verifiche e consigli di classe, hanno messo avanti la classe come comunità a un amorfo insieme di individui, l’amore per le storie ed i libri alla mania delle verifiche; che hanno saputo inventarsi ogni giorno, giocare, affabulare, incoraggiare e sedurre i loro ragazzi dando senso al loro stare a scuola e stare insieme. Che spesso, per necessità, li hanno giudicati da ultimo e per forza, guardandoli negli occhi e dicendo loro: “Tu Giovanni sei un grande, anche con un quattro in matematica!” Insegnanti che non hanno dimenticato la lezione di Korzack, di Don Milani, di Mario Lodi e di tanti altri, come ad esempio Loris Malaguzzi in Emilia per i più piccoli. Insegnanti che leggono, studiano, vanno al cinema, cercano le storie giuste per i loro ragazzi. Per questi insegnanti, per una scuola colma d’amore, di passione, di dialettica, di pensiero e di rispetto per il bambino e i ragazzi si attende ancora una riforma. Una riforma che restituisca loro importanza, dignità. Una riforma come una marea che porti via dalla nostra testa di adulti la nevrosi del giudizio e dell’autorità restituendo ai nostri insegnanti l’autorevolezza e la responsabilità dei grandi maestri.

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